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mercoledì 26 giugno 2013

Dl carceri, dalla bozza scompare la norma sul domiciliari agli ultrasettantenni

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Quel comma, che poteva essere sfavorevole all'ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, si è dileguato. Il passaggio riguardante gli over70 e le pene fino a 4 anni è stato però tolto all'ultimo momento dal testo arrivato in Cdm. Cancellieri: "Non c'è nulla che possa essere letto a favore o contro Berlusconi"Alla fine i rimaneggiamenti della bozza del decreto legge – chiamato “Svuota carceri” – non “danneggerà” i condannati over 70 con pene superiori ai 4 anni. Il testo – fino a pochi giorni fa – prevedeva che potessero usufruire della detenzione domiciliare tutti gli ultrasettantenni con pene da scontare fino a 4 anni. Una norma che per esempio avrebbe impedito a Silvio Berlusconi condannato in secondo grado a 4 anni per il processo Mediaset, ma a 7 per il processo Ruby – di usufuire del beneficio di legge in caso di conferma del verdetto sulle serate bunga bunga. Almeno per tre anni. Ecco che quel comma che poteva essere sfavorevole all’ex presidente del Consiglio si è dileguato secondo l’agenzia politica Public Policy

La modifica interveniva su due passaggi della legge 354/75 (che disciplina la detenzione e in generale la privazione della libertà). In primo luogo eliminava il comma 01 dell’articolo 47terintrodotto con la legge 251 del 2005 – ovvero la ex Cirielli su attenuanti generiche e recidiva – sui domiciliari. Era il comma definito “salva Previti” per cui la pena della reclusione per qualunque reato – ad accezione però per reati di mafia, terrorismo e violenza sessuale – “può essere espiata nella propria abitazione o in altro luogo pubblico di cura, assistenza ed accoglienza, quando trattasi di persona che, al momento dell’inizio dell’esecuzione della pena, o dopo l’inizio della stessa, abbia compiuto i settanta anni di età”. E l’ultrasettantenne avvocato e poi deputato Pdl ne aveva usufruito. Il testo contenuto nella bozza del decreto legge, almeno fino a ieri sera, abrogava il passaggio in questione: “All’articolo 47ter (della 354/75; Ndr) – si legge nel provvedimento – sono apportate le seguenti modificazioni [...] 1) Il comma 01 è soppresso”.
Ma c’era nel testo una seconda modifica che riguardava i detenuti di alcuni categorie particolari – come le persone molto malate o le donne incinte – che potevano scontare in casa i residui di pena fino a 4 anni “anche se costituente parte residua di maggior pena”. Orbene questa modifica prevedeva una strana introduzione nella categorie particolari ovvero gli ultrasettantenni (“al comma 1, dopo la lettera e) è aggiunta la seguente: e bis) persona di età superiore ai settanta anni”). In pratica mentre prima ai domiciliari potevano andare tutti gli over 70 – ad eccezioni di reati gravissimi – con quella modifica ai domiciliari ci sarebbero potuti andare solo gli over 70 con pene da scontare dai 4 anni in giù. Di fatto escludendo, per esempio Berlusconi, dal beneficio almeno per 3 anni in caso di conferma del verdetto Ruby. In particolare, il passaggio della modifica la legge 354/75, che prevedeva la possibilità degli arresti domiciliari per condanne fino a 4 anni, e introduceva questa possibilità anche per le persone di età superiore a 70 anni, mentre nella norma in vigore questa eventualità valeva solo, tra gli altri casi, per le donne incinte, persone in condizioni gravi di salute, e per i minori di 21 anni, è stato però tolto all’ultimo momento dal testo arrivato inConsiglio dei ministri. 
“Nel decreto approvato – dice però il ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri – non c’è nulla che possa essere letto a favore o contro Berlusconi, non tocca affatto il presidente Berlusconi ma la popolazione carceraria”.
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giovedì 20 giugno 2013

Spending review "a maglie larghe" La Corte dei conti censura la Regione

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Durante l'udienza per la "parificazione" del rendiconto di bilancio 2012 il procuratore, Michele Oricchio, ha contestato la nuova legge sui rimborsi ai consiglieri: «C'è sempre terreno fertile per le pessime abitudini», ha detto. POTENZA - Passi il bilancio con tanti complimenti per i risparmi effettuati nella sanità, ma certe «pessime abitudini amministrative» sono difficili a morire e anche dietro l'apparenza della spending review potrebbero nascondersi spazi perché allignino di nuovo.
E' quanto ha sostenuto ieri mattina il procuratore regionale della Corte dei conti Michele Oricchio durante l'udienza per la "parificazione" del rendiconto di bilancio 2012 della Regione Basilicata. La prima dall'entrata in vigore proprio della legge sui tagli agli enti locali che ha rafforzato l’intervento della magistratura contabile nel controllo di gestione finanziaria delle Regioni.
«Prima degli interventi di moralizzazione del settore conseguenti ai recenti scandali», Oricchio ha evidenziato che le spese del Consiglio regionale hanno segnato un incremento. Dopodiché «al fine di ridurre i costi della politica» sono arrivate le leggi che hanno rivisto anche il trattamento economico dei consiglieri, il cui «reale impatto» resterebbe ancora da verificare. «Ma già si sottolineano alcune maglie larghe nelle quali potrebbero ritrovare terreno fertile per alimentarsi alcune pessime abitudini amministrative che hanno recentemente richiesto l’intervento repressivo della Procura della Repubblica di Potenza. Mi riferisco, ad esempio, alla previsione di un rimborso forfettario per ogni consigliere per generiche “spese per l’esercizio del mandato” rideterminato (...) in 4500 euro mensili non rendicontate ed esentasse».
Tra le criticità evidenziate nella relazione approvata dal collegio composto dal presidente nonché relatore Rocco Lotito, il primo referendario Giuseppe Teti e il referendario Donato Luciano, Oricchio si è soffermato in particolare sul ritardo «degli strumenti di programmazione dell’intervento pubblico di sostegno e sviluppo delle aree svantaggiate e cioè il P.O. (Programma Operativo), il F.S.E. (Fondo Sociale Europeo), il P.O. F.E.S.R. (Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale) e il P.S.R. (Programma di Sviluppo Rurale)», dal momento che la Regione «non ha provveduto ad aggiornare il Programma regionale di sviluppo (visto che l’ultimo ad essere stato approvato risulta quello relativo al periodo 1998-2000) e il Documento annuale di programmazione economica e finanziaria (la cui ultima delibera di approvazione risale al 2005)». Anche in violazione delle previsioni di due diverse leggi regionali.
«Non può peraltro non evidenziarsi che “i pagamenti effettuati a favore dei beneficiari del PSR Basilicata 2007/2013, oltre che i trasferimenti comunitari e nazionali relativi allo sviluppo rurale non transitano per il bilancio regionale, bensì per quello dell’AGEA, quale organismo pagatore e tanto anche in considerazione del fatto che a seguito di notevoli inadempienze, che tuttavia non hanno portato all’adozione di significative misure valutative nei confronti dei vertici, l’A.R.B.E.A. ha perso tale funzione giusto decreto n.5166 del 12 maggio 2010 del Ministero delle Politiche agricole e forestali». Così il procuratore, denunciando che «sulle frodi comunitarie e conseguenti multiformi danni erariali che sono riconducibili anche agli episodi di mala gestio rilevati nell’ambito dell’esercizio delle proprie competenze pendono numerose istruttorie in sede di responsabilità amministrativa  che procedono in sinergia con le correlative indagini sovente disposte dalle competenti Procure della Repubblica».
Poi c'è la questione dei ritardi sull'impegno delle somme per gli investimenti già stanziati «che certo non fa onore ai poderosi apparati amministrativi preposti alla gestione di tali risorse». Ma il giudizio resta positivo. Almeno per quest'anno. Se poi di qui a 12 mesi nessuno dei rilievi mossi dovesse essere recepito chissà che non cambi.

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Pomigliano, "notte bianca" della Fiom per democrazia e lavoro

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La “notte bianca” davanti ai cancelli della Fiat di Pomigliano. A promuoverla è, manco a dirlo, la Fiom. Scottati dalla reazione piuttosto acida della polizia la volta scorsa, che ha caricato tutto ciò che ha trovato sulla sua strada, compreso il responsabile nazionale auto della Fiom, il sindacato dei metalmeccanici della Cgil per il secondo “sabato lavorativo” ha pensato bene di spiazzare tutti organizzando una intera notte di spettacoli, interventi, e di riflessioni politiche e sindacali. Si tirerà a far tardi, quindi, almeno fino alle prime luci dell’alba quando a presentarsi davanti ai cancelli saranno le tute blu prescelte dall’azienda ad andare direttamente alle linee di produzione. Più che convincerle a non entrare, che resta pur sempre l’obiettivo dei sindacalisti, l’idea è quella di rappresentare l’assurdità di andare a lavorare nel giorno di straordinari quando a rimanere a casa in cassa integrazione sono la metà di tutti i dipendenti. Non sarebbe meglio dar corso ai contratti di solidarietà? E’ su questo punto che insiste Maurizio Landini, che oggi ha tenuto su questa iniziativa una conferenza stampa (video) nella sede di corso Trieste a Roma. “Si fanno in molte altre aziende – sottolinea – non si capisce perché alla Fiat no”. “Proprio perché quello che sta succedendo a Pomigliano è grave – aggiunge Landini – abbiamo scritto a tutti i parlamentari e alle forze politiche”.
Insomma, è arrivato il momento che della vicenda Fiat se ne debba occupare il governo. E per dare sostanza alle sue richieste la Fiom scenderà in piazza il 28 giugno, con lo sciopero generale del gruppo e la manifestazione a Roma. Chissà se la segretaria generale della Cgil Susanna Camusso in questa nuova stagione concertativa troverà il modo, e il tempo, di infilare in qualche agenda di ministro o sottosegretario, l’ultimo accorato appello: “La Fiat ha i mesi contati”. Ovviamente non si parla della società, che sta andando verso una ricca fusione made in Usa, ma della ‘tranche’ italiana. Il perché, è lo stesso Landini a spiegarlo. “La quota di mercato in Europa è sotto quel 7% che lo stesso Marchionne aveva detto rappresentare la quota minima di sopravvivenza. E poi con questo trend di cassa integrazione tra qualche mese ci vorrà un provvedimento straordinario perché il plafond sta finendo”. Senza contare che segnali molto inquietanti stanno arrivando dall’indotto.
Landini coglie l’occasione per attirare l’atttenzione su un’altra ‘azienda canaglia’, la Fincantieri. Il paradosso è che con l’accordo interconfederale fresco fresco, sia la direzione aziendale del sito di Mestre che Uilm e Fim si ostinano ad applicare le regole precedenti. Risultato, la Fiom pur avendo raccolto il 64% dei voti su base proporzionale si ritrova ad essere un sindacato di minoranza. E questo proprio quando Fincantieri ha deciso di dare il via ad una “politica di ricatto verso i lavoratori” che vede sul piatto della bilancia da una parte le commesse e, dall’altra, un surplus di orario di ben 260 ore all’anno “non contrattate”.
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La riforma Fornero? È un vero flop

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Al di là del pasticcio degli esodati, anche alla prima prova del nove la riforma Fornero disattende i propositi. «Gli interventi intesi a realizzare un mercato del lavoro inclusivo e dinamico», di cui la legge parla all’articolo primo, nei primi tre mesi del 2013 si sono tradotti in un «indubbio effetto deterrente nel mercato contrattuale». A dimostrarlo è una ricerca sul mercato del lavoro del Veneto, che è anche la prima del genere su scala nazionale, parametrata sui primi tre mesi dall’entrata in vigore della riforma voluta dall’ex governo Monti. Nata dalla sinergia tra l’università Ca’ Foscari di Venezia e la sede Inps della Regione Veneto, l’indagine dimostra che l’impatto della riforma è tutt’altro che positivo. 
Per ora si tratta di un andamento, piuttosto che di un risultato omogeneo – ha tenuto a precisare il direttore dell’Inps Veneto, Antonio Pone – soprattutto visto il breve tempo su cui lo studio è parametrato. Un tempo di prova, certo, ma sufficiente per dire che «il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, su cui puntava la riforma Fornero», spiega Adalberto Perulli, docente ordinario di Diritto del lavoro di Ca’ Foscari, «è in netta diminuzione e non presenta segnali di ripresa». I risultati prodotti dal neonato «laboratorio di sperimentazione contrattuale», sono stati calibrati sul lavoro autonomo (collaborazioni a progetto e partite Iva), sul lavoro accessorio, gli ammortizzatori sociali e l’idennità di disoccupazione (Aspi). 
«I dati sul lavoro a progetto relativi al primo trimestre 2013», commenta Perulli, «confermano la drastica riduzione di utilizzo da parte delle imprese di questa tipologia contrattuale, come probabile effetto della stretta operata dalla riforma». Inoltre, secondo il rapporto di Bankitalia sull’economia del Veneto, presentato appena due giorni fa, il tasso di occupazione nel Veneto da un punto di vista generale si è attestato al 65%, superando la media nazionale del 56,8. In effetti secondo lo studio promosso da Ca’ Foscari, le ragioni del mancato guadagno in dinamicità vanno cercate nel fatto che «la riforma ha confuso il falso lavoro autonomo, che va smascherato con una accurata azione di ispezione, dal lavoro autonomo genuino, che va invece promosso e garantito». 
È sufficiente pensare che sul territorio veneto, le varie forme di collaborazione (a progetto, senza progetto, associati in partecipazione, dottorati e altri contratti atipici), registrano un crollo verticale del 41% rispetto al primo trimestre del 2012. Senza peraltro dare seguito a una contropartita positiva, e rallentando così la ripresa auspicata. Altrettanto negativo il costo che la riforma ha sulla spesa pubblica regionale in ragione del fatto che il primo quadrimestre del 2013 presenta «un andamento di aumento generalizzato della disoccupazione indennizzata» rispetto alle stesso periodo del 2012. 
Altra negatività, a conti fatti, è registrata dal lavoro accessorio, soprattutto dai buoni lavoro voucher, sperimentati peraltro proprio in Veneto: nel primo trimestre del 2013 sono stati erogati 59 milioni di voucher su base nazionale, dei quali 8,7 milioni (e cioè il 15% sul totale) in Veneto. E analizzandone l’andamento nel settore agricolo, il calo nazionale è stato del 47%, pressoché uguale nel Veneto agricolo (si pensi a Vicenza, ma anche a Rovigo) con un meno 39%. Non ha dubbi, Emilio Viafora, segretario Cgil: «La riforma Fornero ha disatteso lo scopo della competitività e dell’aumento dei livelli di produttività».
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martedì 18 giugno 2013

“Lavorare in pochi, lavorare di più”. Lo strano piano Marshall di Marchionne.

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Sabato di recupero allo stabilimento Fiat di Pomigliano. Fiom, Slai Cobas e Comitato cassaintegrati manifestano per chiedere l’introduzione di contratti sociali. La Fiat risponde chiedendo l’aiuto delle autorità competenti per arginare la protesta.
Ieri è stato il primo sabato lavorativo di recupero allo stabilimento Fiat di Pomigliano. È arrivato un inaspettato picco di domanda produttiva grazie alla richiesta di modelli Panda da parte di società di autonoleggio. Chi già lavora, lavorerà di più. Chi è in cassa integrazione da anni, continuerà a restare a casa. Fiom, Slai Cobas e Comitato di lotta cassaintegrati hanno manifestato il loro dissenso perché i conti non tornano.Qualche giorno fa l’amministratore delegato Marchionne, all’assemblea di Confindustria, ha parlato di un piano Marshall: “La Fiat non chiuderà nessuno stabilimento in Italia anche se sarebbe la scelta più razionale” – laddove per razionale si intende profittevole in gergo cinico-manageriale – asserendo inoltre che il progetto “porterà in tre o quattro anni al pieno impiego dei lavoratori”. O il progetto quadriennale prevede riassunzioni di massa allo scadere del quarto anno oppure non comincia con il piede giusto. Come mai davanti a un picco produttivo non si coglie l’occasione per dare lavoro ai cassaintegrati invece di chiedere straordinari a chi è già occupato? I sindacati che hanno firmato l’accordo si giustificano dicendo che in questo modo ben quindici persone torneranno in fabbrica. I sindacati che sono rimasti fuori dai cancelli chiedono contratti sociali, l’unica soluzione che permetta davvero il rientro dei duemila esclusi: “Lavorare meno, lavorare tutti”. Da quindici a duemila la strada è lunga. Ed è soprattutto tortuosa vista la scarsa corrispondenza tra i proclami di Marchionne ed i fatti.
Preoccupante anche l’esposto presentato venerdì dalla Fiat alla Procura di Nola. La casa torinese temeva un picchettaggio che impedisse l’entrata dei lavoratori “provocando gravi danni occupazionali e patrimoniali all’azienda”. I danni patrimoniali, qualora fosse andata così, sarebbero stati effettivi; ma nell’espressione “danni occupazionali” c’è un fare minaccioso che non può essere casuale se proviene da chi come l’amministratore delegato Fiat è già stato indagato per violazione dei diritti sindacali. Timori, quelli provenienti dal Lingotto, smentiti dai fatti, visto che la manifestazione è stata democratica: due contusi ma nessuna reale minaccia nei confronti degli operai in entrata nello stabilimento. Maurizio Mascoli, segretario regionale Fiom, in una intervista riportata dal giornale Lettera 43 ha dichiarato che “le uniche minacce sono state quelle di Fiat per intimidire i lavoratori a non partecipare allo sciopero”.

Per il momento la distribuzione equa di oneri e onori non sembra all’ordine del giorno nella sede di Pomigliano. Ma non potrebbe essere altrimenti nell’azienda madre del capitalismo all’italiana in cui il top manager Marchionne, secondo quanto riportato dal “Sole 24 Ore”, avrebbe guadagnato 7,4 milioni di euro nel 2012, quasi il doppio dell’anno precedente. Confrontato ai dati degli altri colleghi europei sembrerebbe tutto normale se non fosse che a questi vanno aggiunti 4 milioni di azioni Fiat spa e 4 di azioni Fiat industrial per un totale calcolato di 50 milioni di euro lordi. Un’infinità. Inoltre resta allarmante la scelta strategica di retribuire un manager con così ampie quote di stock option. Finanza e produzione economica non sono fedeli sorelle nella gestione dell’impresa: per dirne una, i titoli in borsa salgono se si tagliano i costi del lavoro con licenziamenti, anche se la produzione dovesse conseguentemente calare. Se si lega così massicciamente lo stipendio dell’amministratore alla remunerazione azionaria, appare difficile che la Fiat possa realmente tornare a dare priorità alla produzione, all’occupazione ed alla distribuzione equa della ricchezza. Come invece dichiarato a parole. I conti non tornano.
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mercoledì 12 giugno 2013

Berco, la Morselli blocca anche gli stipendi

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L'ad comunica alle rsu la volontà di applicare il contratto nazionale essendo scaduto quello aziendaleCopparo. Ha convocato le rsu aziendali comunicando la sua volontà di valutare se disdire o meno il contratto aziendale, scaduto il 30 aprile con lo scadere della cigs, per applicare ai salari dei lavoratori Berco il salario del contratto nazionale, decurtandolo quindi dei benefici e delle garanzie (e dei livelli economici) goduti fino a oggi dagli stessi lavoratori. Sta procedendo come un “panzer”, in puro stile tedesco, l’amministratore delegato Lucia Morselli per conto della ThyssenKrupp, senza tuttavia dare nessuna ufficialità scritta alle sue comunicazioni verbali. Per i lavoratori Berco, già colpiti da una procedura di mobilità che la stessa Morselli non ha nessuno intenzione di ritirare o sospendere, si tratterebbe di uno stipendio (relativo al mese di maggio) ridotto di circa 300 euro.
I pagamenti peraltro, in attesa della decisione della Morselli, sarebbero quindi sospesi e, nel momento del pagamento, avrebbero valuta al 12 giugno, con la decurtazione di cui sopra. Quando verrà liquidato, però, al momento non è dato sapere.
Un’ennesima “mazzata” del “panzer Morselli” sulle teste dei 430 lavoratori dello stabilimento Berco di Copparo, che proprio venerdì 14 giugno scenderanno in sciopero, assieme a tutti i lavoratori della provincia (sciopero generale di otto ore di tutte le categorie) in segno di protesta contro scelte compiute a discapito di centinaia di famiglie. Lo sciopero dei venerdì sarà preceduto, alla Berco di Copparo, da un’assemblea dei lavoratori convocata per giovedì 13 con sciopero di due ore.
“Registriamo – ha dichiarato Walter Chessa, segretario della Fim Cisl provinciale – un comportamento indecente della Morselli nei rapporti sindacali, oltre che nei confronti delle stesse istituzioni italiane ai più alti livelli, Governo compreso. E’ chiaro il suo obiettivo di ‘ripulire’ l’azienda così da renderla più appetibile all’acquirente finale”.
Intanto la tensione cresce a Copparo e quella di venerdì si preannuncia come una giornata particolarmente calda.


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martedì 11 giugno 2013

Blitz della Guardia di Finanza di Matera in uno stabilimento di produzione di biodiesel:

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Blitz della Guardia di Finanza di Matera in uno stabilimento di produzione di biodiesel: scoperta evasione fiscale per oltre 10 milioni di base imponibile di imposte dirette ed Irap, 2 milioni di Iva e 9 milioni di accisa sugli oli minerali


Nei giorni scorsi, le Fiamme Gialle del Nucleo di Polizia Tributaria di Matera hanno concluso un’attività di verifica nei confronti di un importantissimo stabilimento di produzione di biodiesel della provincia di Matera. Trattasi del più grande stabilimento di produzione in Europa.
In particolare, l’attività di verifica ha consentito di appurare che detta impresa nell’anno 2012 aveva utilizzato circa 14 mila tonnellate di “pfad – palm fatty acid distillate” (olio di palma distillato), materia prima necessaria per la produzione di biodiesel, omettendone la presa in carico nei registri obbligatori in materia d’accisa. Tale incombenza è fondamentale per poter monitorare l’effettiva produzione di prodotto da sottoporre all’imposizione.
L’accurata attività posta in essere dai militari delle Fiamme Gialle ha consentito, inoltre, di appurare con certezza che la predetta “materia prima” era stata trasformata in biodiesel  e successivamente messa in circolazione in violazione degli obblighi sanciti dalla normativa tributaria, realizzando un’evasione fiscale pari a circa 10 milioni di euro ai fini sia delle imposte dirette che dell’IRAP, nonché due milioni d’IVA e, soprattutto, più di 9 milioni di accisa.
Per quest’ultima violazione, in tutto assimilabile al contrabbando di prodotti sottoposti ad accisa, un soggetto è stato segnalato alla locale A.G..


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domenica 9 giugno 2013

Rappresentanza, il modello Fiat per tutto il mondo lavoro". Cremaschi al congresso Usb

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Questo accordo è una infamia. E’ l’accordo Fiat esteso a tutto il mondo del lavoro”. Giorgio Cremaschi, dal palco del congresso Usb, torna a sparare a zero contro l’accordo del 31 maggio. Lo fa con forza appoggiando in pieno il programma di lotta di Usb da ottobre in poi e spingendo l’acceleratore sull’interlocuzione tra Rete 28 aprile in Cgil e sindacalismo di base. Carlo Gulielmi, avvocato del lavoro, che interviene a ruota, non solo rincara la dose ma fa a pezzi tutte le posizioni che pur non abbracciando l’intesa tra i sindacati confederali e Confindustria hanno sottolineato i cosiddetti aspetti positivi. “Non c’è niente di positivo – dice Guglielmi – ci stanno vendendo il fumo: è falso che questo accordo l’ha imposto Confindustria perché c'era la piattaforma unitaria sulla rappresentnza; è falso che si supera la riserva del “terzo” (perché già superata, ndr). E’ vero invece che si riproduce lo stesso meccanismo dell’esclusione già sperimentato sul campo dell’accordo confezionato da Sergio Marchionne in Fiat. Esigibilità? “E’ uno specchietto per le allodole – puntualizza Guglielmi – perché il contratto è già esigibile”. “Queste norme sono state introdotte con uno scopo preciso – conclude – che è quello di vietare il conflitto”.
Oggi al congresso Usb è andato “in onda” il dibattito vero tra lavoratori, attraverso le mille esperienze di lotta che il sindacalismo di base è riuscito a mettere in piedi nel Bel Paese. Da Taranto, dove per bloccare Usb ora ci sarà il giudice in forza dell’accordo del 31 maggio, o comun que in base ad una sua capziosa interpretazione; dal San Raffaele di Milano, teatro di un vero e proprio miracolo che ha spuntato un accordo senza licenziamenti dopo un referendum abrogativo di quello precedente; dai cortei dentro i centri commerciali come a Casal Boccone a Roma, all’esplosione dei consensi all’Ipercoop di Firenze. “Siamo stati quelli che abbiamo tirato fuori dall’anonimato migliaia di lavoratori”, dice una delegata. Difficile dargli torto: scioperi ad oltranza, sit in sui tetti dei ministeri, non si sono risparmiati nulla. Al San Raffaele di Milano una delle carte vincenti è stato il coinvolgimento degli utenti della sanità. Il congresso preparatorio a questo dice “Il sindacato utile”. Questo programma sembra essere stato rispettato. Ora la sfida è andare verso la confederalità,  e non solo sindacale ma anche sociale.


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sabato 8 giugno 2013

Processo ai No Tav

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Udienza vivace per la battaglia sull’acquisizione delle prove. Tre imputati revocano la difesa. Colpo a sorpresa delle difese che riportano agli atti  la dichiarazione del Sottosegretario Girlanda alla Camera: La linea Torino-Lione non è prevista dall’Europa per l’Alta Velocità. Il testo della dichiarazione degli imputati.
 E’ stata la prima udienza di una certa vivacità che ha visto anche i primi battibecchi tra i Pm (Padalino, Rinaudo e Quaglinoin sostituzione di Ferrando trasferito alla Procura di Ivrea) e il collegio di difesa.
Si trattava innanzitutto di acquisire prove e testi richiesti da entrambe le parti. Il primo incidente subito all’inizio quando tre imputati:Bifani, Fernandez,Ferrarihanno dichiarato di voler revocare i propri difensori e di non ritenere il Tribunale legittimato a giudicarli(v. sotto il testo della dichiarazione della Bifani). Non ci importa dei giudizi dei media su questo nostra decisione ma solo quello della gente della Val Susa – hanno poi aggiunto. Inevitabile quindi è stata la sospensione dell’udienza per la nomina di un difensore d’ufficio (avv. Aliperda) che ha ovviamente chiesto e ottenuto termini per ragguagliarsi sul caso dei suoi assistiti. Riavviato dopo almeno un’ora il dibattito si è passati alla prima grossa questione: l’acquisizione delle prove e dei test. La Pm Quaglino ha chiesto l’esclusione di un gran numero di testi a difesa per l’ “irrilevanza” delle posizioni e degli oggetti delle testimonianze. Quindi via le testimonianze sull’uso dei gas (perchè l’uso non è mai stato negato), via i medici (perchè fanno fede i certificati), via ministri e funzionari governativi (perchè non sono pertinenti le ragioni politiche delle scelte), via questore e prefetto e funzionari  (perchè le ordinanze e gli ordini di servizio sono agli atti ), via le testimonianze “eccellenti” di Revelli, Vattimo, Ferrero, Cremaschi, Mattei, Sonia Alfano (perchè non interessa disquisire sulle motivazioni), no ai tecnici Tartaglia, Ponti, Cicconi, ecc. (perchè è inopportuno discettare sull’opportunità dell’opera). Altro capitolo di contrasto ha riguardato l’acquisizione di 50 dvd di riprese fornite dagli inquirenti alla Procura che le difese contestano per difetti di notifica e per i tempi di consegna.  La Pm ha infine espresso perplessità sull’integrità dei filmati forniti dalla difesa riservandosi di ricorrere a perizie.
La difesa ha risposto con uno sbarramento di argomentazioni che includevano la legittimità formale e costituzionale dell’opera (La Macchia), le procedure (Sabatini) e il quadro contestuale in cui si sono svolti i fatti. In particolare, gli avvocati Novaro, Ghia, Vitale si sono prodotti in vigorose arringhe volte a sottolineare l’importanza estrema di una valutazione del contesto in cui i fatti si sono svolti mettendo in evidenza le contraddizioni e le interpretazioni della Procura. Hanno parlato di legittimità dell’intervento delle FFOO, dei connotati “speciali” volutamente attribuiti al processo evidenziati dalla sede- bunker in cui ci si ostina a volerlo tenere, delle motivazioni della gente nel volere resistere a un intervento illegittimo, delle prevenzioni dimostrate negli elementi di prova da parte delle FFOO fin dall’inizio della giornata del 3 Luglio e della loro predisposizione aggressiva, dell’utilizzo talmente eccessivo dei gas da aver causato prognosi anche agli agenti stessi, alle circostanze che hanno spinto tanta gente a reaguire ad un’aggressione a un corteo pacifico, ec.. Novaro ha inoltre lamentato che il procedimento degli imputati Soru e Nadalin contro gli agenti che hanno fatto loro violenza dopo il fermo si è perduto nei meandri della Procura (come tutti i procedimenti e gli esposti No tav).
Tutti i difensori hanno chiesto l’ammissione di tutte le prove e i testimoni e allo stesso tempo l’esclusione dei 50 dvd della Procura. Un colpo forse decisivo (che potrà essere utilizzato anche per il merito del dibattimento) è stato portato dall’avv. Bongiovanni che ha fatto mettere agli atti il resoconto stenografico dell’intervento di mercoledi scorso alla Camera del Sottosegretario Girlanda che ha imprudentemente dichiarato in aula che “l’Asse 6 in cui si situa la Torino-Lione non è previsto dall’Europa in Alta Velocità“. La circostanza metterebbe in dubbio alla base l’urgenza dello sgombero ed il pretesto degli “impegni europei”, uno degli argomenti cardine della lobby pro-tav.
In coda, sono avvenuti battibecchi  e interruzioni per un intervento riternuto formalmente scorretto del Pm Rinaudo che in effetti si è tacitato forse conscio dei propri errori.
L’udienza odierna, come ha ammesso lo stesso Pm Padalino, ha presentato due tipi distinti di processo: uno che giudichi gli atti di reato compiuti e applichi il codice senza dissertare sui come e perchè, l’altro che prenda in considerazione il contesto generale in cui gli atti sono stati compiuti e soprattutto le legittime motivazioni dei dimostranti che hanno subito una vera, grande, immotivata provocazione (avv. Bongiovanni). Su questo terreno, si è oggi compreso che si giocherà il processo. Se i giudici accetteranno quest’ultima impostazione, non solo la sorte degli imputati ma anche tutta la causa No Tav prenderanno una direzione favorevole. Lo si capirà alla prossima udienza del 21 giugno sempre in aula bunker, almeno finchè le richieste della Corte di svolgere il processo in una normale aula di tribunale non saranno accolte. (F.S. 7.6.2013)
Dichiarazione di Marta Bifani a cui si associano gli imputati Fernandez e Ferrari
Dichiaro di revocare l’avvocato da me nominato perchè non devo difendermi dalle accuse che mi sono state mosse per la giornata del 3 Luglio. Ero i per fermare un progetto mor tifero come il Tav,
per contrastare il sistema tecno-industriale che ci subordina al suo potere e modifica irreversibilmente le nostre vite.
Non intendo legittimare questo processo che vuole solo sanzionare la lotta cosi da paralizzarla e distruggerla. Questo processo non vuole sancire la verità ma il vostro potere. La lotta No Tav non si riduce a leggi, la realtà non è qui in quest’aula, la lotta no tav non si nutre di invenzioni coercitive come le vostre leggi.
Sono e sarò in valle per fermare il tav come fanno molte altre persone in Val di Susa che rifiutano con determinazione e con ogni mezzo necessario il tav, i vostri giudizi e le vostre leggi.
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venerdì 7 giugno 2013

Crisi, l'allarme dei giovani industriali: "Italia senza futuro, c'è rischio rivolta"

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Dal convegno di S. Margherita un duro atto di accusa contro il governo dal presidente Morelli: "Priorità non è Imu ma tassazione sul lavoro, un anno fa Letta aveva promesso riforma elettorale in poche settimane ma non ha fatto nulla". Lanciata la proposta di un reddito minimo a tempo per chi perde il lavoro

S. MARGHERITA LIGURE - L'Italia è un paese al quale serve una visione per il futuro altrimenti il rischio è alto: "La rivolta". A lanciare l'allarme è il presidente dei Giovani imprenditori d Confindustria, Jacopo Morelli, nel suo intervento di apertura al convegno annuale di Santa Margherita. "Senza prospettive per il futuro - avverte - l'unica prospettiva diventa la rivolta. Le istituzioni democratiche vengono contestate e possono arrivare alla dissoluzione, quando non riescono a dare risposte concrete ai bisogi economici e sociali".

Chi ha la responsabilità di Governo, prosegue, "non è chiamato a ripetere quello che già si fa o a farlo un po' meglio, ma a compiere quanto al momento nessuno fa". I giovani di Confindustria  invitano pertanto il nuovo governo "a dare un progetto  concreto di futuro, a disegnare l'Italia che sarà tra 10 anni". "La capacità di visione per un leader è essenziale" dice ancora Morelli: "Non un governo che faccia miracoli ma che agisca sulla competitività del Paese. Miracoli no, statisti sì".

Le prime mosse dell'esecutivo non sembrano convincere però i giovani imprenditori. 
Più che l'Imu, la priorità dovrebbe essere "il livello di tassazione su lavoro e imprese", chiedono i giovani di Confindustria insieme ad un gio di vite sull'evasione fiscale. "120 miliardi di evasione fiscale sono una ferita, 60 miliardi di corruzione sulle spalle del nostro paese sono un macigno", sottolinea Morelli che poi manda una stoccata ad Enrico Letta che un anno fa, dallo stesso palco di S. Margherita, aveva promesso "una nuova legge elettorale in poche settimane". Una proposta subito spostata da Angelino Alfano, anche lui intervenuto al convegno dei giovani imprenditori del 2012. Eppure nulla è cambiato. "A oggi - denuncia Morelli - nessuno ha potuto, o meglio voluto cambiare la legge elettorale. Gli elettori sono stati chiamati di nuovo a ratificare anziché a scegliere".

Il leader dei giovani industriali propone quindi l'introduzione di un reddito minimo a tempo per chi perde il lavoro. Mentre tutta l'Europa è costretta a fare i conti con 3,8 milioni di posti di lavoro persi e con un crollo della produzione industriale del 12%, l'Italia è attraversata dalle disuguaglianze sociali, avverte Morelli citando i numeri: "Solo l'8,5% dei figli di operai diventa imprenditore, dirigente o libero professionista. E' inaccettabile". E "tra le fonti principali di disuguaglianza c'è la disoccupazione". Il problema, secondo Confindustria, è che "mentre il mercato del lavoro si è trasformato, i mezzi con cui rispondiamo alle criticità sono rimasti indietro, legati esclusivamente alla prestazione svolta con l'impresa". Per questo "è necessario uno strumento universale e flessibile. Non un sussidio a pioggia del reddito di cittadinanza, ma una sorta di reddito minimo a tempo, condizionato all'attività di ricerca di lavoro e alla formazione professionale. Perché i giovani sono i primi a soffrirne l'assenza. I giovani e le donne, che nella disuguaglianza rimangono ai margini".

Morelli affronta infine la questione dei tanti imprenditori suicidi:  "Oggi l'imprenditore
è solo quando deve chiudere la propria azienda. Solo quando deve comunicare ai propri dipendenti il licenziamento. Solo quando si trova davanti alle ipoteche sulla casa. Troppi imprenditori sono stati soli quando hanno deciso di finirla con tutto". 
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mercoledì 5 giugno 2013

Terni. Polizia impazzita, carica gli operai e ferisce il sindaco

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Un corteo degli operai Ast, in sciopero per quattro ore contro la vendita della fabbrica da parte dei padroni finlandesi di Outokumpu. Si dirige verso la stazione e la polizia carica a freddo. Alcune centinaia di dipendenti dell'Ast di Terni ha partecipato stamattina allo sciopero di quattro ore, dalle 9 alle 13, di tutti i reparti dell'acciaieria, indetto per oggi dai sindacati dopo l'esito non soddisfacente degli ultimi incontri con la proprietà del sito siderurgico, la multinazionale finlandese Outokumpu.
I manifestanti, partiti dai cancelli dell'Ast, in corteo hanno raggiunto la sede della prefettura. Saracinesche dei negozi abbassate al passaggio del corteo.
Un corteo silenzioso e senza striscioni, ma determinato ad alzare il tono della protesta in merito alla vertenza Ast; semplice il criterio: se non ti fai sentire con forza, nessuno si occupa di prenderti in considerazione.
Gli operai dell’acciaieria hanno raggiunto la stazione ferroviaria ed hanno deciso di bloccare i binari per alcuni minuti, prima di recarsi sotto al palazzo della Prefettura, ultima tappa del corteo. La polizia ha caicato ad occhi chiusi, senza badare a nulla e a nassuno A rimetterci, tra i primi, è stato il sindaco della cittadina umbra, Leo Di Girolamo, colpito alla testa da una manganellata, rimasto ferito.
E' stato poi medicato al pronto soccorso. Il sindaco si è sentito al telefono con il prefetto Vittorio Saladino, che si è detto ''addolorato'' per quanto successo (inevitabilmente ora ci saranno provvedimenti, trasferimenti di personale, ecc). Di Girolamo ha infatti parlato di ''violenza incomprensibile'' da parte di poliziotti che, evidentemente, in questi giorni si sono "gasati" con l'esempio turco.

Oltre al sindaco, sono rimaste ferite anche numerose altre persone che si trovavano alla testa del corteo. I testimoni raccontano di un'azione assolutamente fuori controllo da parte dei poliziotti, che non si sono limitati a sbarrare la strada agli operai, ma hanno iniziato a manganellare a più non posso. Poi il corteo ha raggiunto egualmente la Prefettura. Permane ovviamente molta tensione, la polizia controllo a distanza.

Immediata la reazione anche del presidente della Regione Umbria. "Ho appreso in questo momento dall'assessore Vincenzo Riommi quanto accaduto a Terni nel corso della manifestazione dei lavoratori delle Acciaierie che in modo pacifico, come è sempre avvenuto negli ultimi 30 anni in questa città e in tutta l'Umbria, stavano manifestando a difesa del futuro delle acciaierie e del proprio posto di lavoro". E' quanto affermato dalla presidente della Regione Umbria, Catiuscia Marini.
Secondo la presidente dell'Umbria, "appare gravissima l'azione messa in atto dalle forze di polizia che anziché farsi interpreti e comprendere il legittimo diritto a manifestare hanno reagito in maniera violenta, ferendo addirittura lo stesso sindaco della città di Terni Leopoldo di Girolamo cui va in questo momento tutta la mia affettuosa solidarietà, così come agli altri cittadini coinvolti". "Come presidente della Regione - prosegue Marini - chiederò formalmente al ministro degli interni, Angelino Alfano, di approfondire quanto avvenuto facendosi egli si interprete della difficile situazione economica e sociale che vive il paese e anche la nostra regione. I lavoratori e le famiglie giustamente preoccupati del futuro delle proprie aziende e del proprio posto di lavoro non possono essere assolutamente trattati come un problema di ordine pubblico".
  Per la presidente Marini "il Governo deve affrontare questi temi sul piano del dialogo e del confronto di fronte a questa grave emergenza economica e sociale".
"Voglio ricordare - afferma ancora la presidente - che le istituzioni territoriali umbre, Regione, Provincia, Comuni da sempre, con senso di responsabilita', hanno svolto una funzione propositiva di dialogo e di comprensione dei fenomeni sociali con una gestione che non ha mai prodotto in questa terra tensioni tali da richiedere l'intervento delle forze dell'ordine. Sorprende pertanto che lo schieramento del reparto mobile della Polizia di Stato di fronte alla stazione di Terni anziche' essere un contributo all'ordinato svolgimento della manifestazione dei lavoratori e' divenuto elemento di tensione, determinando tafferugli che hanno portato al ferimento dello stesso sindaco della citta'".
  "Ribadisco con forza - aggiunge Marini - tutto il mio disappunto e nelle prossime ore assumero' un'iniziativa formale su quanto accaduto a Terni anche al fine di evitare che le prossime settimane, nelle quali ci troveremo ad affrontare nel merito la vicenda del passaggio proprietario dell'AST di Terni, si possa rischiare di aumentare la tensione sociale che sarebbe in contrasto con la storia decennale della nostra terra dove il diritto a manifestare è sempre avvenuto nel rispetto delle regole e dell'ordine pubblico".
Anche più "radicali" le critiche delle personalità con meno responsabilità istituzionali. «Dimissioni del questore», Il segretarla Fiom Cgil di Terni ha chiesto le dimissioni del prefetto di Terni Luigi Vita per i gravi fatti avvenuti alla stazione.
Galanello, Mariotti e Stufara: «Un atto di violenza inaudito e inaccettabile quello perpetrato oggi a Terni dalle forze di polizia che presidiavano la pacifica manifestazione dei lavoratori della Ast e a cui partecipavano rappresentanti delle istituzioni locali, regionali e nazionali. Un episodio determinato da una pessima gestione della piazza da parte della Questura di Terni, di cui i responsabili dovranno rendere contoc». Così i consiglieri Fausto Galanello e Manlio Mariotti (Pd) e Damiano Stufara (Prc-Fds) presenti alla manifestazione insieme ad altri colleghi dell’Assemblea legislativa umbra.
«Si chieda scusa a Terni» «Quello cui abbiamo assistito oggi – aggiungono Mariotti e Galanello – è un evento totalmente estraneo alla tradizione delle lotte e dei confronti sui temi del lavoro della città di Terni, e per questo ancora più incomprensibile. Le forze di polizia che presidiavano lo spazio antistante la stazione non avevano di fronte dei facinorosi e violenti individui, ma lavoratori, sindacalisti, rappresentanti delle istituzioni locali, regionali e nazionali che chiedevano, come atto simbolico, di ‘occupare’ la stazione ferroviaria, per dare maggior risalto alla propria protesta, come peraltro fatto anche in altre occasioni. Una avventata e inetta gestione della piazza da parte della Questura ha provocato degli incidenti che si sarebbero potuti evitare senza problemi, con atti di violenza di cui hanno fatto le spese anche il sindaco di Terni Di Girolamo e diversi manifestanti, a cui va tutta la nostra solidarietà. Occorre ora – concludono – che dopo questi fatti gravissimi i rappresentanti dello Stato chiedano scusa alla città di Terni e ai lavoratori, quale condizione necessaria per avviare una riconciliazione che smorzi le tensioni e consenta di riprendere con serenità, maggior forza e spirito unitario una vertenza difficile che riguarda non solo la città di Terni ma che ha un grande rilievo anche nazionale».

A denunciare con forza l'accaduto è anche il PRC, Paolo Ferrero chiama in causa il Governo: "E’ in corso una vergognosa repressione contro i lavoratori all’acciaieria di Terni - dice il segretario del PRC - è stato ferito anche il sindaco: come si permette il governo di attaccare gli operai che difendono il posto di lavoro? Ritiri immediatamente le forze dell’ordine, chiediamo le dimissioni del ministro dell'interno".

Insomma, è esploso un vero e proprio caso politico, con al centro il comportamento della polizia. Che ha fatto quello che va facendo da un po' di tempo in ogni piazza italiana, trovando persino il plauso dei politici di infimo rango e della stampa nazionale. Stavolta, però, hanno preso di mira un gruppo operaio che non aveva mai dato problemi né espresso una conflittualità esasperata. Anzi... E soprattutto se l'è presa con un sindaco.
Proprio sfortunati, 'sti poliziotti di Terni... Stavolta non possono proprio addebitare la propria follia alla presenza di quanche "black bloc"...

 Mercoledì 05 Giugno 2013 12:01
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lunedì 3 giugno 2013

Scontri in Turchia, una vittima a Istanbul. Usa: “Evitare le violenze”

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Nuove proteste contro Erdogan. Dopo la morte cerebrale di un giovane ad Ankara, nella Capitale ha perso la vita un ragazzo di 20 anni, vittima di un incidente avvenuto domenica. Jay Carney, portavoce della Casa Bianca, garantisce collaborazione al governo sul fronte della crisi in Siria
on si arrestano le proteste contro il governo di Erdogan e migliaia di manifestanti sono tornati stasera ad affollare piazza Taksim a Istanbul e a scendere in strada in altre città della Turchia, dove si registrano nuovi scontri con la polizia. E dopo la morte cerebrale di un ragazzo raggiunto da un colpo di pistola alla testa ad Ankara, un altro giovane coinvolto nelle proteste ha perso la vita nella capitale, travolto da un’auto lanciata contro un gruppo di manifestanti antigovernativi. L’incidente è avvenuto domenica e la vittima è il 20enne Mehmet Ayvalitas, che attraversava con altri manifestanti un’ampia strada della città sul Bosforo. Erdogan, bersaglio delle proteste, non è in queste ore in Turchia, essendo partito regolarmente per una prevista missione nel Maghreb.
A una settimana dall’inizio della protesta di Gezi Park contro la distruzione di 600 alberi nel cuore di Istanbul, quella che ora è diventata la rivolta della Turchia laica contro il premier islamico dilaga anzi ogni giorno di più nel paese. La notte scorsa e di nuovo questo pomeriggio ci sono stati duri scontri vicino agli uffici del premier e del partito islamico Akp a Istanbul, Ankara e Smirne fra polizia e manifestanti. In tutto il paese centinaia di migliaia di manifestanti da giorni scendono in piazza per chiedere le dimissioni del premier. La dura repressione da parte della polizia ha suscitato condanna e allarme in tutto il mondo. Il segretario di stato Usa John Kerry si è detto “preoccupato” e ha chiesto un’indagine sul comportamento della polizia. Gli Usa, alleati della Turchia, ha ammonito, “sostengono con forza il diritto alla libertà di espressione compreso quello di protestare pacificamente”.
Monito analogo dalla Casa Bianca, che pure ha ribadito di voler cooperare con Erdogan sul dossier della guerra civile siriana. Decine di migliaia di persone – molti giovani, tanti oppositori al governo Akp, ma anche moltissima gente comune – hanno occupato pacificamente Taksim, la piazza simbolo della rivolta nella Capitale, da dove il governo ha ritirato la polizia sabato pomeriggio. Polizia e manifestanti si sono tuttavia scontrati di nuovo questa sera a Besiktas, vicino alla residenza sulBosforo di Erdogan. Le forze antisommossa hanno caricato, usando anche gas lacrimogeni e idranti. Gli scontri più violenti sono stati registrati del resto anche oggi nel centro di Ankara, aKizilay, vicino al palazzo della presidenza del governo. Una deputata dell’opposizione ha detto che ci sono stati 1500 arresti, centinaia di feriti. A Smirne nella notte sono stati attaccati e parzialmente incendiati gli uffici del partito islamico Akp del premier.


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No all'accordo sulla rappresentanza.

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Nella serata di venerdì 31 maggio è stato firmato il protocollo d'intesa sulla rappresentanza tra i vertici dei sindacati confederali e confindustria. L'intesa viene definita un gran passo avanti perché, ci spiegano, finalmente i lavoratori potranno esprimersi con una consultazione sugli accordi che verranno firmati. Perché le organizzazioni firmatarie potranno certificare la loro reale rappresentanza e perché i delegati nelle Rsu (rappresentanze sindacali unitarie) saranno eletti esclusivamente con un criterio proporzionale.
Purtroppo le cose non stanno esattamente così. Non ci sarà un metodo di consultazione uguale per tutti, ovvero il referendum, ma le categorie potranno scegliere il metodo che riterranno più appropriato, quindi anche il famigerato voto palese che si presta ad ogni tipo di manomissione. Se è vero che la dove c'erano le Rsu, oggi vengono riconfermate col proporzionale puro è anche vero che la dove ci sono le Rsa (delegati scelti direttamente dai vertici sindacali) nessuno li obbligherà a cambiare prassi.Ma la cosa peggiore di questo accordo è che chiunque non condividerà un accordo e sarà minoranza nelle consultazioni, lo dovrà accettare comunque.
Il fatto che invece di utilizzare la parola “sanzioni” si utilizzino parole come “clausole di raffreddamento” non cambia la sostanza, ovvero chi non condividerà quegli accordi non potrà mobilitarsi contro, pena una serie di sanzioni che verranno decise nei contratti. Poco importa se nell'accordo non si parla specificamente di divieto di sciopero, per altro diritto che per ora è ancora garantito dalla costituzione, la questione è che chi non sarà d'accordo sarà impossibilitato a opporsi. Il protocollo d'intesa è inoltre parte integrante l’accordo del 28 giugno 2011, che legittima le deroghe ai contratti: tutto quello che viene deciso in un contratto nazionale può essere peggiorato nella contrattazione di secondo livello. L’accordo è dunque uno strumento in più per i padroni per continuare a far pagare la crisi alla classe lavoratrice.

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No del Comitato al cementificio – inceneritore a Matera

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Inceneritore presso cementificio di Italcementi a Matera, scende in campo il Comitato “No Inceneritore a Matera . “Mentre i comitati civici e le associazioni lucane sono intente a raccogliere firme per la legge di iniziativa popolare nazionale Rifiuti Zero, mirante (una volta approvata e a regime) ad eliminare sia le discariche che gli inceneritori, Italcementi Spa il 17 maggio 2013 ha richiesto al Dipartimento ambiente della Regione Basilicata il rilascio di autorizzazione VIA/AIA per poter bruciare come combustibile fino a 60 mila tonnellate l’anno di rifiuti definiti non pericolosi (CDR e CSS) presso il cementificio di località Trasano.
La richiesta, se approvata, renderebbe l’impianto in oggetto un inceneritore a tutti gli effetti, visto che già ora brucia pet coke e pneumatici, a circa 3 km in linea d’aria dall’abitato di Matera.
Come nascente comitato di opposizione all’inceneritore materano (camuffato da cementificio), vogliamo enumerare gli aspetti negativi di questi impianti:
“I cementifici che funzionano da inceneritori sono altamente inquinanti perchè:
hanno limiti di emissioni superiori di più del doppio rispetto agli impianti che nascono per l’incenerimento;
la combustione di rifiuti nei cementifici comporta una variazione della tipologia emissiva di questi impianti, lasciando inalterata la produzione di diossina e aumentando quella di metalli pesanti come mercurio e piombo);
l’utilizzo del CSS (combustibile da rifiuto ndr) nei cementifici prevede l’inglobamento delle ceneri tossiche prodotte dalla combustione dei rifiuti, cosa che comporta rischi potenziali per la salute dei lavoratori e possibili rischi ambientali per l’eventuale rilascio nell’ambiente di sostanze tossiche.
La destinazione dei rifiuti a pratiche di incenerimento è contraria alla recente raccomandazione del Parlamento Europeo (A7-0161/2012, adottata a Maggio 2012, di rispettare la gerarchia dei rifiuti e di intraprendere con decisione, entro il prossimo decennio, la strada dell’abbandono delle pratiche di incenerimento di materie recuperabili in altro modo. Una politica finalizzata alla transizione dal concetto di rifiuto a quello di risorsa, che preveda una progressiva riduzione della quantità di rifiuti prodotti e una concreta politica di riutilizzo della materia attraverso trattamenti a freddo, sarebbe pratica decisamente più sostenibile, economicamente vantaggiosa e orientata al bene comune di quanto sia qualunque scelta che comporti forme di incentivo alla combustione.
L’Italia è la nazione Europea con il maggior numero di cementifici e questi impianti causano conseguenze misurabili sulla salute dei residenti nei territori limitrofi, in particolare in età pediatrica [20]. L’incentivazione e l’agevolazione della combustione dei rifiuti nei cementifici potrebbe produrre significative conseguenze ambientali, sanitarie ed economiche e sarebbe ad unico vantaggio dei produttori di CSS e dei proprietari di cementifici”. (A. Di Ciaula, Associazione Medici per l’Ambiente cfrhttp://ecodallecitta.it/notizie.php?id=114946&fb=1)
Occorre aggiungere, inoltre, che nella zona in oggetto i venti provengono prevalentemente dal quadrante orientale e pertanto i fumi prodotti dalla combustione investono con una certa regolarità la zona nord dell’abitato di Matera, circostanza che i cittadini hanno già segnalato in più di una occasione, lamentando un odore acre di pneumatici bruciati.
Appare evidente, pertanto, che questa operazione risulterebbe conveniente solo per la Italcementi che, oltre a risparmiare sull’acquisto di combustibili, ricaverebbe profitti dalla combustione dei rifiuti.
I cittadini materani, al contrario, vedrebbero messo seriamente in discussione il proprio sacrosanto diritto alla salute.
Alla luce dei rischi qui esposti, presenteremo le nostre osservazioni, col supporto tecnico di esperti, entro il 16 luglio 2013 (entro i 60 giorni previsti per legge) al Dipartimento Ambiente, Territorio e Politiche della Sostenibilità della regione Basilicata.
In ogni caso, considerando infine la gravità della situazione, ci aspettiamo un celere pronunciamento ufficiale delle istituzioni locali (Comune di Matera, Ente Parco della Murgia Materana, Provincia di Matera) a tutela della salute dei propri cittadini e dell’ambiente.
Matera, Comitato No Inceneritore a Matera – Mento sul cemento


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domenica 2 giugno 2013

Accordo sulla rappresentanza sindacale: una lesione violenta della democrazia

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di  Sergio Bellavita*

Il giudizio positivo di Landini sull’ accordo Cgil-Cisl-Uil-Confindustria è la firma tecnica della Fiom su Mirafiori e Pomigliano! Il dissenso dalle scelte del vertice Fiom.



Sono in totale e radicale disaccordo con il giudizio positivo di Maurizio Landini in merito all’intesa sottoscritta da Cgil Cisl Uil e Confindustria su Rappresentanza e Democrazia. L’accordo è in netto contrasto con tutti i deliberati del Comitato Centrale della Fiom dal 2001 in poi. Come ha scritto con una punta di veleno il Corriere della Sera all’indomani della firma, se quest’accordo ci fosse stato all’epoca del referendum di Pomigliano, la Fiom non avrebbe potuto scioperare, ne avrebbe potuto organizzare la resistenza contro . Sarebbe stata costretta a firmare e a rispettare l’intesa. Esattamente la firma tecnica che i settori moderati della Fiom e la Cgil ci chiedevano.
La questione di fondo è che le regole sancite dall’accordo cancellano il diritto dei lavoratori alla libera rappresentanza, colpiscono il diritto di sciopero e il potere dei lavoratori di migliorare la propria condizione. Tutto il potere è affidato alle segreterie di un sindacalismo confederale che ha scambiato la difesa della propria organizzazione con i diritti dei lavoratori.
Nessuno può fingere di non sapere che le regole sancite dall’intesa sono l’impalcatura per la pratica della contrattazione in deroga, di peggioramento grazie all’accordo del 28 giugno 2011 e all’art.8 di Sacconi. Il viatico cioè dell’affermazione delle politiche d’austerità sul terreno contrattuale.
La consultazione dei lavoratori prevista ha esattamente il solo scopo di legittimare quella stessa iniziativa sindacale, proprio come accaduto a Pomigliano e Mirafiori. Se quest’accordo non ricomprende Fiat, lo sappiamo tutti, è solo perché è tardivo, non perché è troppo avanzato rispetto al modello Marchionne.
Una lesione violenta della democrazia formale nel nostro paese. Un accordo incostituzionale che dobbiamo contrastare. L’ovazione bipartisan del palazzo politico, istituzionale, sindacale che ha salutato la firma dell’accordo capestro vale più di molte superflue discussioni su chi abbia vinto. Di certo non i lavoratori. 
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sabato 1 giugno 2013

Cgil: “Occupazione ai livelli pre-crisi? Ci arriveremo, forse, nel 2076″

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Ci vorranno 13 anni per tornare al Pil del 2007 e 63 per migliorare il problema della disoccupazione in Italia. Il sindacato avverte: "la creazione di nuovi posti di lavoro torni al centro delle politiche economiche".Previsioni nere per una ripresa che sembra non arrivare mai. A lanciare l’allarme è la Cgil che in uno studio annuncia che anche se l’Italia intercetterà la ripresa ci vorranno 63 anni per recuperare i livelli occupazionali del 2007. Solo nel 2076, cioè, si tornerebbe alle 25.026.400 unità di lavoro standard nel 2007. E’ quanto risulta da uno studio dell’ufficio economico Cgil che prende come punto di partenza il contesto attuale.

Nell’analisi del sindacato, si illustrano anche alcune proposte di intervento per favorire la crescita. Se quello delineato inizialmente è quindi lo scenario peggiore, lo studio Cgil prende in considerazione “ipotesi più ottimistiche” legate alla proiezione di un livello di crescita pari a quello medio registrato nel periodo 2000-2007, ovvero del +1,6%. In questo caso il risultato prevede che il livello del Pil, dell’occupazione e dei salari verrebbe ripristinato nel 2020 (7 anni dopo il 2013) mentre quello della produttività nel 2017 e il livello degli investimenti nel 2024 (12 anni dopo il 2013). Lo studio della Cgil calcola inoltre anche la perdita cumulata generata dalla crisi, cioè il livello potenziale di crescita che si sarebbe registrato nel caso in cui la crisi non ci fosse mai stata, e che è pari a 276 miliardi di euro di Pil (in termini nominali oltre 385 miliardi, circa il 20% del Pil). Lo studio è funzionale alla Cgil per rivendicare la centralità del lavoro e sottolineare l’importanza di interventi efficaci e tempestivi per migliorare le condizioni economiche del Paese.
“Per uscire dalla crisi e recuperare la crescita potenziale occorre un cambio di paradigma”, osserva il segretario confederale della Cgil, Danilo Barbi, secondo il quale “per non attendere che sia un’altra generazione ad assistere all’eventuale uscita da questa crisi, e ritrovare nel breve periodo la via della ripresa e della crescita occupazionale, occorre partire dalla creazione di lavoro. Noi presentiamo una proposta – spiega Barbi – che si fonda proprio sull’idea di rispondere alla crisi globale e al declino dell’economia italiana attraverso un forte sostegno alla domanda, che avvenga proprio con un piano straordinario di creazione diretta di nuova occupazione, nuovi investimenti pubblici e privati, verso l’innovazione e i beni comuni”. Per Barbi, quindi, “qualsiasi ipotesi di ripresa, anche la più ottimistica, che insista sull’aumento della competitività e della crescita per recuperare così anche l’occupazione perduta, richiederebbe comunque tempi molto lunghi e ancora diversi anni di sofferenza sociale”. 
L’analisi del sindacato arriva dopo il rapporto dell’Istat, che ha fotografato un’Italia in apnea con un tasso di disoccupazione al top dal 1977, massimo storico per i giovani (oltre il 40%). La disoccupazione ad aprile 2013 si è attestata al 12% (più 1,5% in un anno): si tratta di un massimo storico, il livello più alto sia dalle serie mensili (gennaio 2004) che da quelle trimestrali, avviate nel primo trimestre 1977, ben 36 anni fa. 3 milioni 83mila è il numero assoluto dei disoccupati, aumentato dello 0,7% rispetto a marzo (+23mila unità). Una tendenza negativa che segue le difficili condizioni economiche a livello europeo. Il lavoro deve restare la priorità, fanno sapere dall’Ufficio economico della Cgil, perché le generazioni a venire possano sperare in condizioni economiche e occupazionali migliori. 
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