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mercoledì 11 settembre 2013

L'infinita lotta delle lavoratrici della Golden lady contro la delocalizzazione

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La Golden Lady di Gissi è stata considerata per decenni una delle eccellenze dell'industria abruzzese, una fabb rica dell'alta moda italiana, ma oggi è senza più futuro in Abruzzo. Dopo aver prodotto per anni, il proprietario Nerino Grassi negli anni scorsi cominciò a seminare dubbi sulle prospettive future dell'impianto, facendo balenare sempre più l'ipotesi (mese dopo mese sempre meno ipotesi e sempre più realtà) di una delocalizzazione in Serbia. Come poi è accaduto. Il 25 novembre 2011, durante il periodo di cassintegrazione degli operai e delle operaie e mentre si era aperto solo da due mesi un tavolo nazionale per la crisi "Golden Lady", Nerino Grassi sgombera lo stabilimento da ogni macchinario e se ne vola in Serbia, dove decide di aprire lo stabilimento che sostituirà quello chiuso a Gissi. 

Nerino Grassi non chiude per la crisi, se ne va con un'azienda ben florida e dai conti solidi, perché in Serbia i salari e i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici sono a livelli molto più bassi. Iniziano mesi difficilissimi e duri per gli ex operai e le ex operaie Golden Lady, mesi di proteste, sit in, lotta, ma anche timori e delusioni. A maggio 2012 sembra, finalmente, arrivare la notizia tanto attesa: la riconversione ci sarà. 250 lavoratori verranno riassunti dalla Silda SpA(che produce calzature) e 115 dalla New Trade(tessile). In un periodo di durissima crisi economica, e con la disoccupazione che aumenta esponenzialmente mese dopo mese, la vicenda della ex Golden Lady appare un raggio di speranza per tantissimi, appare la dimostrazione che è possibile non arrendersi al corso degli eventi: è possibile tutelare il lavoro di centinaia di persone. Appare appunto.

Nei primi dieci giorni di luglio la New Trade invia delle lettere di licenziamento dove, in anticipo rispetto ai tempi previsti (10 giorni, mentre il "periodo di prova" doveva durare 3 volte più, documenta una lavoratrice), viene comunicato il non superamento del "periodo di prova" e, quindi, il licenziamento. La speranza ancora una volta viene nuovamente sostituita da timori e incertezze. L'arrivo dell'autunno fa vacillare ogni residua speranza, e la speranza per la riconversione diventa definitivamente rabbia, indignazione e delusione per quello che comincia ad apparire come il "secondo fallimento". Il Corpo Forestale dello Stato effettua un sequestro preventivo nello stabilimento della New Trade per carenze dell'autorizzazione. 

Recentemente il Corpo Forestale dello Stato è tornato nello stabilimento. Ed è notizia delle scorse settimane che la DDA di Firenze sta indagando sui fratelli Nicola e Franco Cozzolino,ipotizzando i reati di traffici illeciti di rifiuti plastici e abiti usati verso Cina e Tunisia. Secondo le indagini (condotte dal Corpo Forestale dello Stato su mandato della DDA di Firenze) gli abitivenivano rivenduti senza trattamenti igienico-sanitari in Africa, ma anche nei mercatini "vintage" italiani. Un'inchiesta ad ampio raggio che ha coinvolto decine di persone e ditte di varie parti d'Italia, nell'ambito della quale la DDA ha ipotizzato a carico di altri indagati anche "attività di usura ed estorsione", e sulla quale la stampa fiorentina riferisce aleggi l'ombra della camorra, con "base ad Ercolano". 

La "Legge di stabilità", votata in Parlamento nel dicembre 2012 dalla maggioranza che sosteneva il Governo Monti, cancella la possibilità della "formazione on the job"(cioè una formazione che accompagna la produzione) per i neodipendenti della Silda Invest, l'altra industria coinvolta nella riconversione. La fine anticipata della legislatura impedisce ogni possibilità di reintegrare il fondo per questa formazione. In pochi mesi la situazione torna drammatica e al punto di partenza della vertenza. Per gli ex operai e le ex operaie Golden Lady nessuna prospettiva appare all'orizzonte. Nelle ultime settimane un durissimo scontro ha visto da una parte la Silda Invest e dall'altra le dipendenti, che reclamano mesi di stipendi arretrati, da alcune settimane in presidio permanente davanti lo stabilimento per impedire che la Silda Invest porti via (come ha tentato varie volte di fare, anche con un blitz notturno fermato dal presidio con determinazione e frapponendo anche i propri corpi tra gli ingressi e il furgone della ditta) materiali e prodotti, fino a quando non saranno pagati gli arretrati loro dovuti. Il 18 luglio arriva al presidio permanente il proprietario della MacSenior, azienda di Montecosaro Scalo (provincia di Macerata) che ha fornito oltre 700mila di macchinari alla Silda, con la notizia che la Silda Invest non ha mai liquidato quanto dovuto per l'acquisto dei macchinari, che quindi sono ancora formalmente di sua proprietà, e chiedendo alle forze dell'ordine presenti che non escano "per nessun motivo" dallo stabilimento. Il 25 luglio, dopo aver disposto un accurato sopralluogo, il Tribunale di Vasto ha disposto un sequestro conservativo e "la conservazione dei beni e dei luoghi". 

La Silda Invest, anche tramite la garanzia di una fidejussione, ha annunciato che liquiderà ogni spettanza arretrata entro il 15 settembre gradualmente, ma il 31 luglio la prima tranche di pagamenti (relativa agli stipendi di maggio, giugno e luglio) non è stata versata ai lavoratori. E nelle stesse ore arriva la notizia che nei mesi scorsi la Silda non ha effettuato "il versamento della contribuzione relativa al primo trimestre 2013" (parole testualmente riportate dalla lettera che il fondo pensione Previmoda ha inviato alle ex e agli ex dipendenti della Silda Invest). Il 1° Agosto in un'infuocata assemblea davanti lo stabilimento i sindacati hanno annunciato che chiederanno istanza di fallimento ed a breve verrà presentato un esposto alla Procura. 

Le operaie e gli operai attendono, senza mai abbassare la guardia e rimanendo in presidio permanente fino a quando non avranno nuove prospettive e non si garantirà alla ex Golden Lady una vera e reale riconversione, che non crolli in pochi mesi come accaduto con il fallimento della riconversione New Trade-Silda Invest. 

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sabato 27 luglio 2013

Vertenza Natuzzi, Feneal disponibile ad un confronto, ma i tagli restano inaccettabili

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Bevilacqua: "Attendiamo che il Ministero metta in campo tutto il suo peso"

MATERA“La situazione resta piuttosto critica, ma la partita va ancora giocata: a settembre sapremo e capiremo quale ruolo può avere il ministero, che finora si è limitato a prendere atto della situazione. Il sindacato, per quanto lo riguarda, è disponibile a mettere in campo tutta la disponibilità possibile, relativamente alla parte che gli compete. Su una cosa, ovviamente, non saremo mai d’accordo: i 1.726 esuberi”. Salvatore Bevilacqua, segretario generale della Feneal Uil di Puglia e di Bari commenta così la prima fase di confronto che si è chiusa al Ministero dello Sviluppo Economico sulla Vertenza Natuzzi. Adesso, la palla passa alle segreterie nazionali, che dovranno concordare con l’azienda un calendario di appuntamenti, in maniera che dopo la pausa estiva si possa affrontare la questione entrando nel merito. “C’è una sola strada percorribile – spiega Bevilacqua – ed è quella di reinvestire sugli insediamenti italiani, in particolare su quelli pugliesi e della Basilicata. E’ chiaro che esiste un problema di costo del lavoro che non riguarda solo il nostro Paese, ma è altrettanto chiaro che questa può essere la base di partenza per rilanciare l’azienda in Italia, non certo per dismetterla. Così come è chiaro che se portare il costo del lavoro dagli attuali 92 centesimi al minuto ai 50 che servirebbero per essere competitivi, significherebbe semplicemente salvare i 700 lavoratori che vorrebbe l’azienda, non avremmo risolto nulla. Noi siamo disponibili a rivedere qualcosa sul piano contrattuale così come la Natuzzi deve essere disponibile, ad esempio, a garantire qualche incentivo a chi decidesse di farsi volontariamente da parte”. Insomma, si può discutere di tutto, ma è inaccettabile pensare di imporre a cuor leggere 1.726 esuberi. 
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tagli: 1726 esuberi, stop a tre stabilimenti

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Oggi a Roma la presentazione del nuovo piano industriale: chiuderanno gli impianti di Ginosa e Matera. L'azienda: "Tagli necessari per sopravvivere". I sindacati annunciano scioperi e assemblee: "L'azienda non rispetta gli accordi"

1.726 esuberi e la chiusura di tre stabilimenti: Ginosa, Jesce 1 e La Martella a Matera. Il nuovo piano industriale della Natuzzi, presentato questa mattina nella sede romana di Confindustriaconferma i timori dei sindacati: l'azienda taglia, e ancora una volta, il peso delle scelte aziendali si scarica sui lavoratori.
"Abbiamo dovuto registrare per l'ennesima volta - afferma ilsegretario generale della Fillea Cgil Puglia, Silvano Penna,- la assoluta mancanza di volontà da parte del gruppo Natuzzi di lavorare per la soluzione reale della drammatica situazione occupazionale". "La Natuzzi infatti si è limitata a programmare investimenti nel mondo su marchio e negozi e invece per gli stabilimenti Murgiani 1.726 licenziamenti e la chiusura di tre stabilimenti, senza nessuna prospettiva di rilancio e soprattutto senza nessun intervento che colga l'opportunità creata dall'Accordo di programma dell'area Murgiana". Rincara la dose il segretario generale della Filca Cisl di Puglia, Crescenzio Gallo: "Le 1726 unità lavorative degli stabilimenti dell'area Murgiana dell'azienda di salotti Natuzzi saranno licenziate". Licenziamenti che, assicura ancora Gallo, partiranno la prossima settimana. "E' stato il consulente per la riorganizzazione del gruppo Natuzzi, Domenico Massaro - spiega il sindacalista - ad annunciare che l'azienda potrà essere competitiva nei prossimi 5 anni solo a condizione che si proceda ai licenziamenti".


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Cgia: “In Italia 3 milioni di lavoratori in nero, evasi 43 miliardi di euro”

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Secondo il rapporto del centro studi, il sommerso vale circa il 6,5% del Pil nazionale. Il fenomeno riguarda soprattutto il Mezzogiorno. Ma il segretario Bortolussi aggiunge: "Durante la crisi costituisce un vero e proprio ammortizzatore sociale"

Più informazioni su: Cgia MestreEvasione FiscaleLavoro NeroPil.
Sono quasi 3 milioni i lavoratori in nero presenti in Italia. E con le loro prestazioni producono 102,5 miliardi di Pil irregolare all’anno (pari al 6,5% del Pil nazionale), sottraendo alle casse dello Stato 43,7 miliardi di euro di gettito.
I numeri, riferiti al 2011 (ultimo anno disponibile), sono stati elaborati dalla Cgia di Mestre, che ha misurato il peso economico del lavoro sommerso presente in Italia. Una piaga che vede coinvolti milioni e milioni di persone: lavoratori dipendenti che fanno il secondo lavoro; cassaintegrati o pensionati che arrotondano le loro magre entrate, disoccupati che in attesa di rientrare ufficialmente nel mercato del lavoro sbarcano il lunario “grazie” ai proventi di una attività irregolare. “Con la crisi economica – esordisce il segretario Giuseppe Bortolussi -l’economia sommersa ha subito una forte impennata. In questi ultimi anni chi ha perso il lavoro non ha avuto alternative: per mandare avanti la famiglia ha dovuto ricorrere a piccoli lavoretti per portare a casa qualcosa. Una situazione che ha coinvolto molti lavoratori del Sud espulsi dai luoghi di lavoro”.
Dallo studio della Cgia emerge che la Regione più a “rischio” è la Calabria che presenta 181.100 lavoratori in nero e un’incidenza percentuale del valore aggiunto da lavoro irregolare sul Pil pari al 18,6%. Questa situazione, secondo l’elaborazione della Cgia, si traduce in 1.375 euro di imposte evase in capo ad ogni singolo residente della Regione Calabria. Segue la Basilicatache con appena 45.600 unità di lavoro irregolari “produce” un Pil in “nero” che pesa su quello ufficiale per il 14,7%: le tasse che mediamente vengono a mancare in Basilicata per ciascun residente sono pari a 1.174 euro all’anno. Ma in generale è tutto il Sud a soffrire la presenza dell’economia sommersa: quasi la metà (19,2 miliardi su 43,7) del gettito potenzialmente evaso è in capo alle regioni del Sud.
“Con la presenza del sommerso – conclude Giuseppe Bortolussi- la profonda crisi che sta colpendo il Paese ha effetti economici e sociali meno pesanti di quanto non dicano le statistiche ufficiali. E’ evidente che chi pratica queste attività irregolari fa concorrenza sleale nei confronti degli operatori economici regolari che non possono o non vogliono evadere. Ma nel Mezzogiornopossiamo affermare che il sommerso costituisce un vero e proprio ammortizzatore sociale“. “Sia chiaro – prosegue Bortolussi – nessuno di noi vuole elogiare il lavoro nero. Tuttavia, quando queste forme di irregolarità non sono legate ad attività riconducibili alle organizzazioni criminali, costituiscono in questi momenti così difficili un paracadute per molti disoccupati o pensionati che non riescono ad arrivare alla fine del mese”.



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Expo2015, dopo l’accordo milanese le imprese chiedono più precariato

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Il patto siglato coi sindacati per assumere 800 lavoratori nello staff dell'evento fa gola a Confindustria e ad altre associazioni imprenditoriali che puntano a estenderlo erga omnes. Obiettivo, ampliare la possibilità di ricorrere al contratto a termine. Ma Cgil, Cisl e Uil dicono no. L'economista Tito Boeri: "Il mercato del lavoro ha altri problemi. Ci vogliono contratti con tutele progressive"

Più informazioni su: CgilConfindustriaContratti a TermineExpo 2015Precariato.
Per Enrico Letta è il “cuore della ripresa” e anche il “volano per la nostra economia”. E ora Expodiventa anche il cavallo di Troia per introdurre nuova flessibilità nel mercato del lavoro. Oppure, detto in altro modo, nuovo precariato. L’accordo siglato questa settimana dai sindacati con Expo spa, la società di gestione dell’evento, per la creazione a livello locale di 800 posti di lavoroa termine ha infatti rinvigorito le ambizioni di chi vuole introdurre una deregulation all’insegna dell’esposizione universale. In testa le imprese, che chiedono di introdurre contratti a termine liberi per tutte le aziende e in tutta Italia, da ora fino alla fine del 2016. Un’idea che i sindacati respingono con forza: “No a deroghe per legge, né a deroghe nazionali”, ribadisce il segretario generale dellaCgil Susanna Camusso. Mentre per l’economista Tito Boeri, il mercato del lavoro ha ben altri problemi: “Il grande evento – dice – lasciamolo da parte”. E rilancia i contratti a tutela progressiva.
Le imprese hanno messo nero su bianco la loro proposta due settimane fa, nella bozza di un emendamento da presentare in commissione Lavoro al Senato, dove è in discussione il decreto legge sul Pacchetto lavoro approvato a fine giugno dal consiglio dei ministri. ConfindustriaAbi(Associazione bancaria italiana), Ania (Associazione nazionale fra le imprese assicuratrici), Alleanza delle cooperative e Rete Imprese Italia si sono spinte a chiedere la possibilità di stipulare con la stessa persona, e senza obbligo di indicare la causale, fino a sei contratti a termine, con una pausa di soli 5 giorni tra l’uno e l’altro, per un massimo di 36 mesi. Il tutto per i prossimi tre anni e mezzo e su tutto il territorio nazionale. La norma attuale, invece, prevede di omettere la causale solo nel primo contratto. Abolirla del tutto, come chiedono le imprese, impedirebbe al lavoratore di ottenere dal giudice l’assunzione a tempo indeterminato nel caso in cui avesse dovuto svolgere mansioni diverse rispetto a quanto pattuito (causale non rispettata). Con il Pacchetto lavoro approvato dal governo, inoltre, i tempi di pausa tra contratti successivi sono già stati ridotti a 10 giorni (20 per contratti più lunghi di 6 mesi), rispetto a quanto previsto dalla legge Fornero (60 e 90 giorni).
Con gli imprenditori si è schierato Maurizio Sacconi, ex ministro del Lavoro e attuale presidente della commissione Lavoro di Palazzo Madama, che è arrivato ad auspicare una “deregolamentazione spinta” in vista di Expo. Un’ambizione che è stata rilanciata dopo che Expo spa, Cgil, Cisl e Uil hanno siglato un accordo che prevede deroghe per l’assunzione di 300 dipendenti con contratti a tempo determinato, 340 apprendisti under 29 e 195 stagisti che lavoreranno sul sito a cavallo tra Milano e Rho. Un’intesa che per Letta può essere “un modello nazionale” e che è stata festeggiata da Corriere della Sera e Stampa con titoloni in prima pagina, del tipo “Il lavoro flessibile parte da Expo” e “Svolta sui contratti flessibili”. E’ toccato allo stesso Sacconi ridimensionare il tam tam mediatico: “Poca roba – ha dichiarato -. Stiamo parlando di 800 lavoratori”.
Insomma, le imprese vogliono ben altro. Tanto più che gli Expo-ottimisti promettono ben 190mila posti di lavoro in più da qui al 2020, grazie all’esposizione e all’indotto. Le imprese, inoltre, chiedono contratti flessibili per tutti, anche per chi non avrà nulla a che fare con l’Expo. La loro richiesta è stata per il momento frenata dal ministro del Lavoro Enrico Giovannini, che però ha definito un “primo passo” l’accordo milanese e ha chiesto a imprese e sindacati di arrivare a un accordo sulle regole per i contratti di lavoro per l’Expo entro metà settembre, altrimenti “governo e parlamento faranno quello che è necessario”.
Ma di deregolamentazione spinta non vogliono sentire parlare i sindacati, disponibili al massimo a forme di flessibilità da contrattare caso per caso, come è accaduto per l’intesa milanese: “Qui – spiega Camusso – c’è un’impresa che ha detto di aver bisogno di un tot di persone con determinate caratteristiche per fare questi lavori e di condizioni che rispondano all’evento, che è una esposizione mondiale straordinaria. Di conseguenza, come è normale, si costruisce l’accordo, sulla base delle tutele necessarie per quei lavoratori”. Simile la posizione del segretario generale della UilLuigi Angeletti: “Siamo disponibili – spiega – ad accordi che permettano alle imprese di assumere in vista dell’Expo, con flessibilità, ma purché questa flessibilità abbia limiti di tempo e soprattutto sia retribuita maggiormente rispetto ai contratti a tempo indeterminato”.
Secondo Tito Boeri, l’intesa tra Expo spa e i sindacati ha valenza locale e non gli andrebbe data enfasi eccessiva: “Quella che bisogna introdurre nel mercato del lavoro – spiega – è una certa flessibilità in ingresso, attraverso contratti a tutele progressive: per un nuovo assunto, i costi che l’azienda deve sostenere in caso di licenziamento all’inizio sono bassi. Poi aumentano gradualmente con la durata dell’impiego”. Un sistema per garantire ai lavoratori indennizzi crescenti con il passare del tempo. E che a parere di Boeri incentiverebbe le assunzioni. 


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mercoledì 24 luglio 2013

La sentenza della Consulta che può riportare la democrazia in fabbrica

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“Nel momento in cui viene meno alla sua funzione di selezione dei soggetti in ragione della loro rappresentatività” e “si trasforma invece in meccanismo di esclusione di un soggetto maggiormente rappresentativo a livello aziendale o comunque significativamente rappresentativo, sì da non potersene giustificare la stessa esclusione dalle trattative, il criterio della sottoscrizione dell’accordo applicato in azienda viene inevitabilmente in collisione con i precetti di cui agli articoli 2, 3 e 39 della Costituzione”. La Consulta motiva con queste chiarissime parole il giudizio di illegittimità costituzionale dell’art. 19, comma 1, dello Statuto dei lavoratori. L’art. 2 della Costituzione garantisce “i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali”; l’art. 3 tutela l’uguaglianza dei cittadini; l’art. 39 la libertà di organizzazione sindacale. Se soltanto chi firma un contratto è abilitato all’esercizio dei diritti sindacali in quel sito è del tutto evidente che ne saranno premiati i sindacati più proni, o addirittura corrivi, o complici della volontà datoriale. Non è dunque dalla sottoscrizione di un accordo che si può evincere la rappresentatività di un sindacato. La violazione del principio di uguaglianza rilevata dalla Consulta sta nel fatto che i sindacati, “nell’esercizio della loro funzione di autotutela dell’interesse collettivo, sarebbero privilegiati o discriminati sulla base non già del loro rapporto con i lavoratori, che rimanda al dato oggettivo (e valoriale) della loro rappresentatività e, quindi, giustifica la stessa partecipazione alla trattativa, bensì del rapporto con l’azienda, per il rilievo condizionante attribuito al dato contingente di avere prestato il proprio consenso alla conclusione di un contratto con la stessa”. Ma c’è di più, perché la Corte parla, se possibile ancor più chiaramente, di una “forma impropria di sanzione del dissenso”, in violazione dell’articolo 39 della Costituzione “che innegabilmente incide, condizionandola, sulla libertà del sindacato in ordine alla scelta delle forme di tutela ritenute più appropriate per i suoi rappresentati, mentre, per l’altro verso, sconta il rischio di raggiungere un punto di equilibrio attraverso un illegittimo accordo ‘ad excludendum’”.
Quanto alla individuazione di un criterio selettivo cogente ed effettivamente democratico attraverso cui verificare la rappresentatività sindacale ai fini della tutela privilegiata di cui al titolo Terzo dello Statuto dei lavoratori la Corte ritiene si possa dare efficace risposta con “una molteplicità di soluzioni”, tra cui la “valorizzazione dell’indice di rappresentatività costituito dal numero degli iscritti”, l’”introduzione di un obbligo a trattare con le organizzazioni sindacali che superino una determinata soglia di sbarramento”, “l’attribuzione al requisito previsto dall’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori del carattere di rinvio generale al sistema contrattuale e non al singolo contratto collettivo applicato nell’unità produttiva vigente”, oppure il “riconoscimento del diritto di ciascun lavoratore ad eleggere rappresentanze sindacali nei luoghi di lavoro”. L’opzione “tra queste od altre soluzioni”, conclude la Corte, “compete al legislatore”.
C’è, invero, anche un altro criterio, certamente il più democratico, quello rivendicato dalla Fiom e sostenuto da 100mila firme consegnate al Parlamento, con cui si prevede che ogni accordo, a qualsiasi livello stipulato, per produrre i suoi effetti debba essere approvato, con voto segreto, da tutti i lavoratori che vi sono interessati.
In ogni caso, tocca ora al Parlamento riempire il vuoto legislativo che la sentenza della Corte apre. In questo senso si è pronunciata l’Usb, che con Fabrizio Tomaselli rivendica “la necessità assoluta di una legge sui diritti delle lavoratrici e dei lavoratori sui posti di lavoro e sulla rappresentanza sindacale. Non serve una legge qualunque, serve immediatamente una legge che riporti democrazia e libertà nel mondo del lavoro contro il monopolio di Cgil, Cisl e Uil e le discriminazioni delle aziende che sino ad oggi continuano a scegliere i propri interlocutori sindacali per sottoscrivere accordi e contratti sempre peggiori per i lavoratori.
Serve una legge che riporti in primo piano non gli interessi dei sindacati che “collaborano”, ma i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici che devono e possono esprimersi liberamente e decidere da chi essere rappresentati sindacalmente”. Sul tema interviene anche Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista, che così commenta la sentenza: “Marchionne e la dirigenza della Fiat hanno perso, grazie all’impegno e alla determinazione della Fiom e di tanti lavoratori che non si sono piegati all’arroganza dell’Amministratore delegato. La cosa vergognosa è che subito Marchionne &c. si sono premurati di ricattare i lavoratori e il Paese, annunciando di voler “valutare in che misura il nuovo criterio di rappresentatività potrà modificare l’assetto delle proprie relazioni sindacali e le sue strategie industriali”. “Il governo deve intervenire – conclude il segretario del Prc – Marchionne non può fare il bello e il cattivo tempo”.
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mercoledì 10 luglio 2013

Marchionne e il dialogo con minacce: «Di diritti moriremo»

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Marchionne parla nello stabilimento del Ducato, dove la presidente della Camera Boldrini non è voluta andare. «Gli ultimi investimenti ad Atessa, ma dopo la sentenza della Consulta il resto è congelato». Però apre alla Fiom
«La sentenza della Consulta aggiunge incertezze: senza regole certe, quello della Sevel è l’ultimo investimento della Fiat». Parla più che chiaro l’amministratore delegato del Lingotto, Sergio Marchionne, davanti alla platea degli operai dello stabilimento di Atessa, dove il gruppo torinese realizza i furgoni Ducato. Quello stesso impianto dove aveva invitato la presidente della Camera Laura Boldrini, ricevendo un netto rifiuto: uno solo dei numerosi schiaffi dell’ultima settimana. Prima c’era stata la sentenza della Corte costituzionale, appunto, che aveva cancellato parte dell’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori, riammettendo le Rsa Fiom nelle fabbriche. Subito dopo, Boldrini aveva ricevuto una delegazione delle tute blu Cgil a Montecitorio. Infine, la polemica con il vescovo di Nola, che aveva abbracciato i cassintegrati a un presidio: «Sostiene i violenti», la stilettata del management. E così, ieri, il super dirigente italo-canadese (e adesso anche Usa) si è tolto diversi sassolini dalle scarpe.
Marchionne ha articolato il suo pensiero, precisandolo più tardi nel corso di un incontro con i leader di Cisl e Uil Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti. «Non lasciamo gli stabilimenti europei in balia di un mercato in declino: investiamo in Italia per preservare l’ossatura manifatturiera del Paese», aveva detto agli operai di Atessa. E su Mirafiori, stabilimento realmente in declino e per ora senza prospettiva, su cui aveva lanciato un allarme qualche giorno fa il ministro dello Sviluppo Flavio Zanonato: gli interventi a «Torino arriveranno quando saremo pronti». ha detto.
Gli investimenti, comunque, saranno congelati in attesa di un chiarimento sulle relazioni sindacali dopo la sentenza della Consulta, e toccherà anche al governo dire la sua: «Non vogliamo mettere in discussione gli investimenti già annunciati, ma non possiamo accettare il boicottaggio dei nostri impegni, avallati anche da autorevoli istituzioni (chiaro il riferimento alla Consulta, ndr). È importante che questo governo proponga qualche soluzione, ci dica quali sono le nuove norme che vanno a rimpiazzare l’articolo 19».
Dopo l’incontro con l’ad Fiat, è stato Luigi Angeletti ad aggiungere nuovi elementi, spiegando che anche con loro Marchionne ha ripetuto di voler fermare per ora lo stanziamento di nuove risorse sugli impianti italiani: «Marchionne ci ha comunicato che, in assenza di norme certe, la Fiat fermerà gli investimenti a Mirafiori e a Cassino», ha detto il segretario Uil.
In ogni caso, gli investimenti per Atessa (almeno quelli) per il momento sembrano garantiti: «Oltre 700 milioni di euro per estendere e consolidare la supremazia Sevel», ha detto pomposamente Marchionne. E poi è arrivato il turno della lamentela: «Tra il 2004 e il 2012 abbiamo investito in Italia 23,5 miliardi, e ricevuto agevolazioni per 742 milioni. È assurdo dire che viviamo alle spalle dello Stato – ha affermato – Noi continuiamo a credere e a investire in Italia». Un anelito di «patriottismo» che da solo non riesce a fugare le preoccupazioni sugli stabilimenti del nostro paese – tutti in cassa integrazione – e sul progressivo spostamento della «testa» (come anche delle produzioni) del gruppo Fiat all’estero.
Ma non è finita qui, perché in realtà il deus ex machina della Fiat ha pure aperto alla Fiom, affermando di essere disponibile a incontrare il segretario Maurizio Landini, suo tradizionale antagonista. I metalmeccanici Cgil ultimamente, dopo la sentenza della Consulta, forti probabilmente della vittoria, ma insieme preoccupati per lo stato della Fiat e dell’indotto (dove la cig fiocca e si temono licenziamenti), avevano aperto uno spiraglio al dialogo: l’«amo» lo aveva gettato un ex Fiom, oggi senatore di Sel, Giorgio Airaudo, in una intervista alla Repubblica di qualche giorno fa. Airaudo ammetteva che errori potevano esserci stati da entrambi i fronti e che sarebbe stato importante per tutti arrivare al dialogo. A questo «abbocco» è seguita una lettera di Landini a Marchionne, dove si chiede un incontro. Quindi nuovi spiragli.
E, ieri, la risposta dell’ad Fiat: «Di sicuro li incontreremo, ma non so dire se si tratti di un’apertura – ha detto Marchionne riferendosi alla lettera della Fiom – Credo semmai sia una mossa, ma confermo che li incontreremo». E ancora: «Siamo più che disponibili a incontrare la Fiom, ma partendo dal dato acquisito che non possono essere messi in discussione gli accordi presi dalla maggioranza. Li incontreremo con la speranza che anche loro riconoscano che in gioco c’è la possibilità di far rinascere il sistema industriale. Il Paese ha bisogno di ritrovare la pace sindacale se vogliamo far ripartire lo sviluppo. Dobbiamo tornare a un sano senso del dovere: per avere bisogna anche dare». Con una chiusa finale, che certamente farà discutere: «Lasciatemi dire che i diritti sono sacrosanti e vanno tutelati. Se però continuiamo a vivere di soli diritti, di diritti moriremo».


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Ilva, i cittadini di Taranto contro il decreto in discussione alla Camera. Petizione consegnata al sindaco

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I rappresentanti del movimento ambientalista 'Taranto respira' hanno consegnato al sindaco una petizione con 7mila firme raccolte nei mesi scorsi attraverso la quale si chiede un impegno concreto per tutelare la salute dei tarantini, compromessa dalle emissioni dell'Ilva e delle altre grandi industrie presenti sul territorio. ''Abbiamo assistito increduli - scrivono gli ambientalisti - all'affannoso susseguirsi di atti e decreti volti a smantellare diritti assoluti, tutelati dalla Costituzione, in nome di un benessere economico nazionale, che non ha riguardato la nostra citta'. E' pero' cresciuta l'aspettativa di rispetto per l'ambiente e per la persona contemporaneamente all'esigenza di uno sviluppo alternativo a quello attuale, rivelatosi nei fatti fallimentare''.

Il movimento 'Taranto respira' chiede al sindaco, in ''qualita' di rappresentante e di garante della dignità e della salute dei suoi concittadini, di farsi portavoce delle nostre istanze, di battersi affinchè i tavoli tecnici si facciano a Taranto, di chiedere conto dei motivi per i quali i fondi promessi a gran voce, in silenzio vengano destinati altrove''. Taranto, concludono gli ambientalisti. ''vuole vivere, la città è stanca di vuote promesse e non può più aspettare''.

Moltissimi cittadini e tanti rappresentanti di associazioni ambientaliste si oppongono al decreto 61 sul commissariamento dell'Ilva, prossimo alla conversione in legge. “A Taranto si va avanti da anni con la decretazione d'urgenza – dicono - senza che il Parlamento, che si limita ad approvare i decreti d'urgenza salva Ilva, intervenga con dei provvedimenti normativi idonei a tutelare una popolazione che sta vivendo una vera e propria emergenza sanitaria e ambientale, prima ancora che occupazionale''.. ''L'intervento della magistratura - e' detto in una nota - viene tempestivamente bloccato da un'azione coordinata a livello istituzionale (Governo/Corte Costituzionale) che pone nel nulla lo sforzo dei magistrati tarantini di dare diritti ad una città dove non esiste più il diritto alla salute e vengono sistematicamente calpestate e violate numerose norme costituzionali, schiacciate da notevoli interessi economici perché l'Ilva è stata dichiarata di interesse strategico nazionale''. Taranto, osservano cittadini e ambientalisti, ''avrebbe potuto vivere di turismo per la bellezza del suo mare e delle sue coste, per la dolcezza delle colline che si perdono nel mare, per la ricchezza delle sue risorse ambientali e umane. E invece e' stata condannata ad un destino di non ritorno, perché ammesso che le bonifiche verranno avviate, il territorio è ormai compromesso dall'inquinamento''. Ma non bisogna lasciare, concludono, ''che la situazione arrivi alla estreme conseguenze di una fine ormai segnata''.


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mercoledì 3 luglio 2013

Fiat, la Consulta dà ragione alla Fiom: "Illegittimo articolo 19 su rappresentanza"

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Sentenza 'storica' della Corte costituzionale che decide sullo scontro aperto negli stabilimenti del Lingotto dal contratto 'separato' dell'era Marchionne: incostituzionale la norma dello Statuto dei lavoratori che limita la rappresentanza ai soli sindacati firmatari
Il segretario generale della Fiom-Cgil, Maurizio Landini
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ROMA - La Consulta ha dichiarato oggi illegittimo l'articolo 19 dello Statuto dei lavoratori, nella parte che consente la rappresentanza sindacale aziendale (Rsa) ai soli sindacati firmatari del contratto applicato nell'unità produttiva. La decisione e stata adottata nell'ambito del ricorso della Fiom, esclusa dalla Rsa, contro la Fiat.

Il ricorso alla Consulta fu l'atto finale dello scontro inaugurato nell'era Marchionne dall'uscita di Fiat da Confindustria e dalla nascita del contratto di gruppo, che le tute blu della Cgil non firmarono. Il Lingotto a quel punto negò la rappresentanza sindacale alla Fiom applicando alla lettera la disposizione dell'articolo 19 dello Statuto dei lavoratori. La Fiom fece appello alla Consulta, sostenendo che lo stesso articolo 19 confliggeva con alcuni principi cardine della Costituzione (articoli 2, 3 e 39, ossia sulla lesione del principio solidaristico, la violazione del principio di uguaglianza e del principio di libertà sindacale), in particolare il "divieto" di discriminazione sulla base dell'appartenenza a un partito o a un sindacato. La Consulta ha evidentemente ritenuto fondato il rilievo del sindacato.

La Corte, si legge in una nota, nella camera di consiglio di oggi, "ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art.19, 1 c. lett. b) della legge 20 maggio 1970, n. 300 (cosiddetto 'Statuto dei lavoratori') nella parte in cui non prevede che la rappresentanza sindacale aziendale sia costituita anche nell'ambito di associazioni sindacali che, pur non firmatarie di contratti collettivi applicati nell'unità produttiva, abbiano comunque partecipato alla negoziazione relativa agli stessi contratti quali rappresentanti dei lavoratori dell'azienda".

La questione di legittimità costituzionale, discussa ieri, è stata sollevata e rimessa alla Corte costituzionali dai giudici dei tribunali di Torino, Modena, Vercelli, a seguito dei ricorsi presentati dai metalmeccanici della Cgil esclusi dalle Rsa dei vari siti Fiat sul territorio.

L'effetto immediato della pronuncia della Consulta dovrebbe essere l'ingresso dei delegati Fiom nelle Rappresentanze sindacali aziendali di tutti gli stabilimenti del gruppo.

Le reazioni - "Alla lunga la giustizia vince. Adesso chiederemo che ci siano dati gli strumenti per fare attività sindacale a Pomigliano", ha commentato il responsabile del settore auto Fiom di Napoli, Francesco Percuoco. Di diverso tenore il parere di Giovanni Sgambati, segretario nazionale Uilm: "Invece che semplificare, la decisione della Consulta rischia di complicare ancora di più le relazioni tra sindacati e imprese e aprire la strada ad una nuova stagione di ricorsi legali. Il paese rischia di perdere così la sua attrattività agli occhi delle imprese straniere che scapperanno ancora di più". "La democrazia la si deve esercitare, non la si deve rivendicare - dice invece Vittorio Granillo, del coordinamento nazionale Slai Cobas - : e la decisione della Consulta è una cosa positiva, che va in tal senso"
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mercoledì 26 giugno 2013

Dl carceri, dalla bozza scompare la norma sul domiciliari agli ultrasettantenni

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Quel comma, che poteva essere sfavorevole all'ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, si è dileguato. Il passaggio riguardante gli over70 e le pene fino a 4 anni è stato però tolto all'ultimo momento dal testo arrivato in Cdm. Cancellieri: "Non c'è nulla che possa essere letto a favore o contro Berlusconi"Alla fine i rimaneggiamenti della bozza del decreto legge – chiamato “Svuota carceri” – non “danneggerà” i condannati over 70 con pene superiori ai 4 anni. Il testo – fino a pochi giorni fa – prevedeva che potessero usufruire della detenzione domiciliare tutti gli ultrasettantenni con pene da scontare fino a 4 anni. Una norma che per esempio avrebbe impedito a Silvio Berlusconi condannato in secondo grado a 4 anni per il processo Mediaset, ma a 7 per il processo Ruby – di usufuire del beneficio di legge in caso di conferma del verdetto sulle serate bunga bunga. Almeno per tre anni. Ecco che quel comma che poteva essere sfavorevole all’ex presidente del Consiglio si è dileguato secondo l’agenzia politica Public Policy

La modifica interveniva su due passaggi della legge 354/75 (che disciplina la detenzione e in generale la privazione della libertà). In primo luogo eliminava il comma 01 dell’articolo 47terintrodotto con la legge 251 del 2005 – ovvero la ex Cirielli su attenuanti generiche e recidiva – sui domiciliari. Era il comma definito “salva Previti” per cui la pena della reclusione per qualunque reato – ad accezione però per reati di mafia, terrorismo e violenza sessuale – “può essere espiata nella propria abitazione o in altro luogo pubblico di cura, assistenza ed accoglienza, quando trattasi di persona che, al momento dell’inizio dell’esecuzione della pena, o dopo l’inizio della stessa, abbia compiuto i settanta anni di età”. E l’ultrasettantenne avvocato e poi deputato Pdl ne aveva usufruito. Il testo contenuto nella bozza del decreto legge, almeno fino a ieri sera, abrogava il passaggio in questione: “All’articolo 47ter (della 354/75; Ndr) – si legge nel provvedimento – sono apportate le seguenti modificazioni [...] 1) Il comma 01 è soppresso”.
Ma c’era nel testo una seconda modifica che riguardava i detenuti di alcuni categorie particolari – come le persone molto malate o le donne incinte – che potevano scontare in casa i residui di pena fino a 4 anni “anche se costituente parte residua di maggior pena”. Orbene questa modifica prevedeva una strana introduzione nella categorie particolari ovvero gli ultrasettantenni (“al comma 1, dopo la lettera e) è aggiunta la seguente: e bis) persona di età superiore ai settanta anni”). In pratica mentre prima ai domiciliari potevano andare tutti gli over 70 – ad eccezioni di reati gravissimi – con quella modifica ai domiciliari ci sarebbero potuti andare solo gli over 70 con pene da scontare dai 4 anni in giù. Di fatto escludendo, per esempio Berlusconi, dal beneficio almeno per 3 anni in caso di conferma del verdetto Ruby. In particolare, il passaggio della modifica la legge 354/75, che prevedeva la possibilità degli arresti domiciliari per condanne fino a 4 anni, e introduceva questa possibilità anche per le persone di età superiore a 70 anni, mentre nella norma in vigore questa eventualità valeva solo, tra gli altri casi, per le donne incinte, persone in condizioni gravi di salute, e per i minori di 21 anni, è stato però tolto all’ultimo momento dal testo arrivato inConsiglio dei ministri. 
“Nel decreto approvato – dice però il ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri – non c’è nulla che possa essere letto a favore o contro Berlusconi, non tocca affatto il presidente Berlusconi ma la popolazione carceraria”.
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giovedì 20 giugno 2013

Spending review "a maglie larghe" La Corte dei conti censura la Regione

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Durante l'udienza per la "parificazione" del rendiconto di bilancio 2012 il procuratore, Michele Oricchio, ha contestato la nuova legge sui rimborsi ai consiglieri: «C'è sempre terreno fertile per le pessime abitudini», ha detto. POTENZA - Passi il bilancio con tanti complimenti per i risparmi effettuati nella sanità, ma certe «pessime abitudini amministrative» sono difficili a morire e anche dietro l'apparenza della spending review potrebbero nascondersi spazi perché allignino di nuovo.
E' quanto ha sostenuto ieri mattina il procuratore regionale della Corte dei conti Michele Oricchio durante l'udienza per la "parificazione" del rendiconto di bilancio 2012 della Regione Basilicata. La prima dall'entrata in vigore proprio della legge sui tagli agli enti locali che ha rafforzato l’intervento della magistratura contabile nel controllo di gestione finanziaria delle Regioni.
«Prima degli interventi di moralizzazione del settore conseguenti ai recenti scandali», Oricchio ha evidenziato che le spese del Consiglio regionale hanno segnato un incremento. Dopodiché «al fine di ridurre i costi della politica» sono arrivate le leggi che hanno rivisto anche il trattamento economico dei consiglieri, il cui «reale impatto» resterebbe ancora da verificare. «Ma già si sottolineano alcune maglie larghe nelle quali potrebbero ritrovare terreno fertile per alimentarsi alcune pessime abitudini amministrative che hanno recentemente richiesto l’intervento repressivo della Procura della Repubblica di Potenza. Mi riferisco, ad esempio, alla previsione di un rimborso forfettario per ogni consigliere per generiche “spese per l’esercizio del mandato” rideterminato (...) in 4500 euro mensili non rendicontate ed esentasse».
Tra le criticità evidenziate nella relazione approvata dal collegio composto dal presidente nonché relatore Rocco Lotito, il primo referendario Giuseppe Teti e il referendario Donato Luciano, Oricchio si è soffermato in particolare sul ritardo «degli strumenti di programmazione dell’intervento pubblico di sostegno e sviluppo delle aree svantaggiate e cioè il P.O. (Programma Operativo), il F.S.E. (Fondo Sociale Europeo), il P.O. F.E.S.R. (Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale) e il P.S.R. (Programma di Sviluppo Rurale)», dal momento che la Regione «non ha provveduto ad aggiornare il Programma regionale di sviluppo (visto che l’ultimo ad essere stato approvato risulta quello relativo al periodo 1998-2000) e il Documento annuale di programmazione economica e finanziaria (la cui ultima delibera di approvazione risale al 2005)». Anche in violazione delle previsioni di due diverse leggi regionali.
«Non può peraltro non evidenziarsi che “i pagamenti effettuati a favore dei beneficiari del PSR Basilicata 2007/2013, oltre che i trasferimenti comunitari e nazionali relativi allo sviluppo rurale non transitano per il bilancio regionale, bensì per quello dell’AGEA, quale organismo pagatore e tanto anche in considerazione del fatto che a seguito di notevoli inadempienze, che tuttavia non hanno portato all’adozione di significative misure valutative nei confronti dei vertici, l’A.R.B.E.A. ha perso tale funzione giusto decreto n.5166 del 12 maggio 2010 del Ministero delle Politiche agricole e forestali». Così il procuratore, denunciando che «sulle frodi comunitarie e conseguenti multiformi danni erariali che sono riconducibili anche agli episodi di mala gestio rilevati nell’ambito dell’esercizio delle proprie competenze pendono numerose istruttorie in sede di responsabilità amministrativa  che procedono in sinergia con le correlative indagini sovente disposte dalle competenti Procure della Repubblica».
Poi c'è la questione dei ritardi sull'impegno delle somme per gli investimenti già stanziati «che certo non fa onore ai poderosi apparati amministrativi preposti alla gestione di tali risorse». Ma il giudizio resta positivo. Almeno per quest'anno. Se poi di qui a 12 mesi nessuno dei rilievi mossi dovesse essere recepito chissà che non cambi.

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Pomigliano, "notte bianca" della Fiom per democrazia e lavoro

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La “notte bianca” davanti ai cancelli della Fiat di Pomigliano. A promuoverla è, manco a dirlo, la Fiom. Scottati dalla reazione piuttosto acida della polizia la volta scorsa, che ha caricato tutto ciò che ha trovato sulla sua strada, compreso il responsabile nazionale auto della Fiom, il sindacato dei metalmeccanici della Cgil per il secondo “sabato lavorativo” ha pensato bene di spiazzare tutti organizzando una intera notte di spettacoli, interventi, e di riflessioni politiche e sindacali. Si tirerà a far tardi, quindi, almeno fino alle prime luci dell’alba quando a presentarsi davanti ai cancelli saranno le tute blu prescelte dall’azienda ad andare direttamente alle linee di produzione. Più che convincerle a non entrare, che resta pur sempre l’obiettivo dei sindacalisti, l’idea è quella di rappresentare l’assurdità di andare a lavorare nel giorno di straordinari quando a rimanere a casa in cassa integrazione sono la metà di tutti i dipendenti. Non sarebbe meglio dar corso ai contratti di solidarietà? E’ su questo punto che insiste Maurizio Landini, che oggi ha tenuto su questa iniziativa una conferenza stampa (video) nella sede di corso Trieste a Roma. “Si fanno in molte altre aziende – sottolinea – non si capisce perché alla Fiat no”. “Proprio perché quello che sta succedendo a Pomigliano è grave – aggiunge Landini – abbiamo scritto a tutti i parlamentari e alle forze politiche”.
Insomma, è arrivato il momento che della vicenda Fiat se ne debba occupare il governo. E per dare sostanza alle sue richieste la Fiom scenderà in piazza il 28 giugno, con lo sciopero generale del gruppo e la manifestazione a Roma. Chissà se la segretaria generale della Cgil Susanna Camusso in questa nuova stagione concertativa troverà il modo, e il tempo, di infilare in qualche agenda di ministro o sottosegretario, l’ultimo accorato appello: “La Fiat ha i mesi contati”. Ovviamente non si parla della società, che sta andando verso una ricca fusione made in Usa, ma della ‘tranche’ italiana. Il perché, è lo stesso Landini a spiegarlo. “La quota di mercato in Europa è sotto quel 7% che lo stesso Marchionne aveva detto rappresentare la quota minima di sopravvivenza. E poi con questo trend di cassa integrazione tra qualche mese ci vorrà un provvedimento straordinario perché il plafond sta finendo”. Senza contare che segnali molto inquietanti stanno arrivando dall’indotto.
Landini coglie l’occasione per attirare l’atttenzione su un’altra ‘azienda canaglia’, la Fincantieri. Il paradosso è che con l’accordo interconfederale fresco fresco, sia la direzione aziendale del sito di Mestre che Uilm e Fim si ostinano ad applicare le regole precedenti. Risultato, la Fiom pur avendo raccolto il 64% dei voti su base proporzionale si ritrova ad essere un sindacato di minoranza. E questo proprio quando Fincantieri ha deciso di dare il via ad una “politica di ricatto verso i lavoratori” che vede sul piatto della bilancia da una parte le commesse e, dall’altra, un surplus di orario di ben 260 ore all’anno “non contrattate”.
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La riforma Fornero? È un vero flop

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Al di là del pasticcio degli esodati, anche alla prima prova del nove la riforma Fornero disattende i propositi. «Gli interventi intesi a realizzare un mercato del lavoro inclusivo e dinamico», di cui la legge parla all’articolo primo, nei primi tre mesi del 2013 si sono tradotti in un «indubbio effetto deterrente nel mercato contrattuale». A dimostrarlo è una ricerca sul mercato del lavoro del Veneto, che è anche la prima del genere su scala nazionale, parametrata sui primi tre mesi dall’entrata in vigore della riforma voluta dall’ex governo Monti. Nata dalla sinergia tra l’università Ca’ Foscari di Venezia e la sede Inps della Regione Veneto, l’indagine dimostra che l’impatto della riforma è tutt’altro che positivo. 
Per ora si tratta di un andamento, piuttosto che di un risultato omogeneo – ha tenuto a precisare il direttore dell’Inps Veneto, Antonio Pone – soprattutto visto il breve tempo su cui lo studio è parametrato. Un tempo di prova, certo, ma sufficiente per dire che «il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, su cui puntava la riforma Fornero», spiega Adalberto Perulli, docente ordinario di Diritto del lavoro di Ca’ Foscari, «è in netta diminuzione e non presenta segnali di ripresa». I risultati prodotti dal neonato «laboratorio di sperimentazione contrattuale», sono stati calibrati sul lavoro autonomo (collaborazioni a progetto e partite Iva), sul lavoro accessorio, gli ammortizzatori sociali e l’idennità di disoccupazione (Aspi). 
«I dati sul lavoro a progetto relativi al primo trimestre 2013», commenta Perulli, «confermano la drastica riduzione di utilizzo da parte delle imprese di questa tipologia contrattuale, come probabile effetto della stretta operata dalla riforma». Inoltre, secondo il rapporto di Bankitalia sull’economia del Veneto, presentato appena due giorni fa, il tasso di occupazione nel Veneto da un punto di vista generale si è attestato al 65%, superando la media nazionale del 56,8. In effetti secondo lo studio promosso da Ca’ Foscari, le ragioni del mancato guadagno in dinamicità vanno cercate nel fatto che «la riforma ha confuso il falso lavoro autonomo, che va smascherato con una accurata azione di ispezione, dal lavoro autonomo genuino, che va invece promosso e garantito». 
È sufficiente pensare che sul territorio veneto, le varie forme di collaborazione (a progetto, senza progetto, associati in partecipazione, dottorati e altri contratti atipici), registrano un crollo verticale del 41% rispetto al primo trimestre del 2012. Senza peraltro dare seguito a una contropartita positiva, e rallentando così la ripresa auspicata. Altrettanto negativo il costo che la riforma ha sulla spesa pubblica regionale in ragione del fatto che il primo quadrimestre del 2013 presenta «un andamento di aumento generalizzato della disoccupazione indennizzata» rispetto alle stesso periodo del 2012. 
Altra negatività, a conti fatti, è registrata dal lavoro accessorio, soprattutto dai buoni lavoro voucher, sperimentati peraltro proprio in Veneto: nel primo trimestre del 2013 sono stati erogati 59 milioni di voucher su base nazionale, dei quali 8,7 milioni (e cioè il 15% sul totale) in Veneto. E analizzandone l’andamento nel settore agricolo, il calo nazionale è stato del 47%, pressoché uguale nel Veneto agricolo (si pensi a Vicenza, ma anche a Rovigo) con un meno 39%. Non ha dubbi, Emilio Viafora, segretario Cgil: «La riforma Fornero ha disatteso lo scopo della competitività e dell’aumento dei livelli di produttività».
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martedì 18 giugno 2013

“Lavorare in pochi, lavorare di più”. Lo strano piano Marshall di Marchionne.

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Sabato di recupero allo stabilimento Fiat di Pomigliano. Fiom, Slai Cobas e Comitato cassaintegrati manifestano per chiedere l’introduzione di contratti sociali. La Fiat risponde chiedendo l’aiuto delle autorità competenti per arginare la protesta.
Ieri è stato il primo sabato lavorativo di recupero allo stabilimento Fiat di Pomigliano. È arrivato un inaspettato picco di domanda produttiva grazie alla richiesta di modelli Panda da parte di società di autonoleggio. Chi già lavora, lavorerà di più. Chi è in cassa integrazione da anni, continuerà a restare a casa. Fiom, Slai Cobas e Comitato di lotta cassaintegrati hanno manifestato il loro dissenso perché i conti non tornano.Qualche giorno fa l’amministratore delegato Marchionne, all’assemblea di Confindustria, ha parlato di un piano Marshall: “La Fiat non chiuderà nessuno stabilimento in Italia anche se sarebbe la scelta più razionale” – laddove per razionale si intende profittevole in gergo cinico-manageriale – asserendo inoltre che il progetto “porterà in tre o quattro anni al pieno impiego dei lavoratori”. O il progetto quadriennale prevede riassunzioni di massa allo scadere del quarto anno oppure non comincia con il piede giusto. Come mai davanti a un picco produttivo non si coglie l’occasione per dare lavoro ai cassaintegrati invece di chiedere straordinari a chi è già occupato? I sindacati che hanno firmato l’accordo si giustificano dicendo che in questo modo ben quindici persone torneranno in fabbrica. I sindacati che sono rimasti fuori dai cancelli chiedono contratti sociali, l’unica soluzione che permetta davvero il rientro dei duemila esclusi: “Lavorare meno, lavorare tutti”. Da quindici a duemila la strada è lunga. Ed è soprattutto tortuosa vista la scarsa corrispondenza tra i proclami di Marchionne ed i fatti.
Preoccupante anche l’esposto presentato venerdì dalla Fiat alla Procura di Nola. La casa torinese temeva un picchettaggio che impedisse l’entrata dei lavoratori “provocando gravi danni occupazionali e patrimoniali all’azienda”. I danni patrimoniali, qualora fosse andata così, sarebbero stati effettivi; ma nell’espressione “danni occupazionali” c’è un fare minaccioso che non può essere casuale se proviene da chi come l’amministratore delegato Fiat è già stato indagato per violazione dei diritti sindacali. Timori, quelli provenienti dal Lingotto, smentiti dai fatti, visto che la manifestazione è stata democratica: due contusi ma nessuna reale minaccia nei confronti degli operai in entrata nello stabilimento. Maurizio Mascoli, segretario regionale Fiom, in una intervista riportata dal giornale Lettera 43 ha dichiarato che “le uniche minacce sono state quelle di Fiat per intimidire i lavoratori a non partecipare allo sciopero”.

Per il momento la distribuzione equa di oneri e onori non sembra all’ordine del giorno nella sede di Pomigliano. Ma non potrebbe essere altrimenti nell’azienda madre del capitalismo all’italiana in cui il top manager Marchionne, secondo quanto riportato dal “Sole 24 Ore”, avrebbe guadagnato 7,4 milioni di euro nel 2012, quasi il doppio dell’anno precedente. Confrontato ai dati degli altri colleghi europei sembrerebbe tutto normale se non fosse che a questi vanno aggiunti 4 milioni di azioni Fiat spa e 4 di azioni Fiat industrial per un totale calcolato di 50 milioni di euro lordi. Un’infinità. Inoltre resta allarmante la scelta strategica di retribuire un manager con così ampie quote di stock option. Finanza e produzione economica non sono fedeli sorelle nella gestione dell’impresa: per dirne una, i titoli in borsa salgono se si tagliano i costi del lavoro con licenziamenti, anche se la produzione dovesse conseguentemente calare. Se si lega così massicciamente lo stipendio dell’amministratore alla remunerazione azionaria, appare difficile che la Fiat possa realmente tornare a dare priorità alla produzione, all’occupazione ed alla distribuzione equa della ricchezza. Come invece dichiarato a parole. I conti non tornano.
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